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In un circolo culturale paesano, da ragazzo ebbi modo di ascoltare alcune
disquisizioni sulle tombe di quei giganti che avevano costruito i nuraghi,
in occasione di casuali scambi d’idee avvenute fra due autorevoli espo-
nenti della cultura locale, forse i maggiori.
Non avevo mai sentito parlare prima di queste inquietanti testimonianze
d’uomini straordinari e la cosa mi resto tanto affascinante quanto vaga e
fumosa. Si parlò di pietre poste in circolo, di una gran lastra verticale e della
fossa per l’inumazione del gigante, posta proprio davanti(!) ad essa. Fra i presenti,
tutti molto incuriositi autori di tanta scienza, nessuno osava intervenire: avevano sentito dire di tali meraviglie ma mostravano, pur annuendo, di non averle mai viste.
Non mi capacitavo di come queste cose potessero esistere nella mia terra e nessuno, neanche mio padre, uomo di cultura, non me n`avesse mai fatto parte. Cosi come oggi il ricordo me lo riporta, il tono generale della disquisizione era proprio vicino — ora posso capirlo - ai contenuti e alla retorica degli autori dell’Ottocento, ai quali i due emditi certamente avevano attinto,

rielaborando personalmente.
In quegli anni lontani, che nonpotrei precisare più esattamente, quando la seconda guerra mondiale era passata da almeno una generazione, doveva essere già disponibile il primo lavoro d’ampia sintesi come il manuale di preistoria isolana di Giovanni Lilliu ma forse quello, nel mio "borgo selvaggio", capoluogo della provincia "barbaricina", non era ancora arrivato. In quei libri, sconosciuti ai più, si sarebbero trovati certamente ben maggiori lumi sulle grandi tombe dei giganti, quali uscivano dalle ricerche del Taramelli, del Pinza, del Mackenzie e dello Zervos All’Università, finalmente, ebbi modo di erudirmi quel tanto appena che mi consentiva di capire come le tombe degli antenati nuragici fossero fatte, nelle due varianti conosciute, insieme semplici e maestose, e di come esse accolsero, per lunghi secoli, le descrizioni e i riti funerari di un’intera collettività. Ormai tutti sanno che le tombe dei giganti sono edifici assai semplici: hanno un corridoio per le deposizioni e un ampio cortile lunato antistante. Fatte in grosse lastre disposte in verticale o costruite in muratura, proprio come i nuraghi, conservano sempre quella forma cosi caratteristica e ricorrente, che taluni associano, per i possibili e pregnanti significati simbolici, come ricadendo in un luogo comune, a quella di una protome bovina posata al suolo.

Sea Peole
 

Indistintamente si ammettono diversità formali, attribuibili forse alla differente cronologia, soprattutto nel primo tipo citato, quello con una gran lastra ornata da cornici in bassorilievo, detta “stele centinata’Z Si attendeva la risoluzione, dunque, dell’evidente dicotomia, fino allora non affrontata, dell’attribuzione di tombe si diverse rispetto alle medesime vicende strutturali dei nuraghi a sviluppo verticale (monumenti ai quali si vorrebbe da parte di tutti i cattedratici, mi pare legare l’intera vicenda nuragica). La cosa fu affrontata alla fine degli anni Settanta, con una sintesi di certosine indagini, ricca d’importanti sogni, presuntuosa
mente (ma solo nella forma) improntata e offerta come opera risolutiva al riguardo, a "miracol mostmre‘Z Nello scritto s’immagina (con piglio scientifico, pero) che le tombe dei giganti appartengano ad un’unica tipologia e, con disegni ed affermazioni coraggiose, si afferma che

la stele centinata doveva essere sempre presente, giacché, ove assente con le canoniche grandi lastre, la forma sarebbe stata "costruita" con più tasselli.

Fin qui, in estrema e temeraria sintesi, le fonti dei cosi detti "maggiori”. A ben vedere, dagli anni della prima e ampia proposta del Lilliu, fino alla sua ultima riedizione,4 non mi pare che sia stato detto molto di nuovo, e dalle ultime, serie, pubblicazioni ad oggi sono passati ancora più di vent’anni e, se non erro, nessuno ha più affrontato in termini di sostanziale innovazione, questo singolare e affascinante argomento.
I motivi di questo immobilismo culturale, che nell’intimo dell’animo (lo confesso),tendo a paragonare a quello degli eruditi parrocchiali dei miei ricordi che arringavano ispirati dagli autori dell’Ottocento, possono essere diversi e non tutti negativi. Nessuna novità in ambito monumentale sosterrebbe una nuova disamina:

tutto potrebbe essere stato già detto e, quindi, non si ha più nulla da dire, giacché ogni apporto suonerebbe come inutile ripetizione, ancor più se le ultime ricerche (chiunque le abbia fatte) hanno, manco a dirlo, ulteriormente confermato le conoscenze acquisite e tramandate dai "testi classici" (O "sacri" come qualche sciagurato, molto ossequiente, osa dire).

Un altro motivo per il quale, a mio parere, non si pubblica più di tombe di giganti e che non si fanno più ricerche in questa direzione, come se la cosa non attirasse gli addetti, proprio come quando si pensa che tutto sia stato già detto e non si volesse essere manifestamente ripetitivi e pedissequi.5

Eppure, ho più che una sensazione di come molto, anzi moltissimo di nuovo possa essere detto su questi luoghi di culto e sulle diverse tipologie (certo più numerose di quanto si creda), su come essi abbiano accompagnato la civiltà dei Nuragici e su come si siano trasformati nel tempo. Molto ancora, però, potrebbe essere detto anche sulla loro lunga vicenda cronologica e sui limiti della stessa. Ancora altro si potrebbe aggiungere, secondo il mio modesto parere, sulla linee delle tombe nuragiche e su cosa sia avvenuto ancora dopo il loro abbandono.

Insomma, e mia opinione che forse sarebbe meglio riscrivere proprio ogni cosa sulle tombe di giganti (e opportuno ed e ormai tempo) e questa proposta può essere accolta, da quanti interessati, come una fraterna stima costruttiva. Certo, a basarsi su alcune fra le meno antiche pubblicazioni, si potrebbe correre il rischio di sentire quanto oggi sull'argomento si sia "fiacchi", per dirla con Dante, e si potrebbe perdere ogni fiducia sia nell'autonomia di pensiero d'alcuni "ricercatori" e sia nelle loro capacita d'indagine.6
Per quanto mi riguarda, accetto, benché non volentieri, la mia stessa provocazione e cosi principierò a dare ascolto, dopo un lustro, ad un reiterato invito.

Cosi propongo, in queste righe, una breve e certo incompleta riflessione su un misterioso fenomeno monumentale non ancora bene inquadrato culturalmente, benché rilevato da molto tempo, che m'incuriosisce ancora per l'apparente contraddittorietà degli elementi salienti.9

Lo stretto nodo riguarda la presenza, in molte parti dell'Isola, di piccole tombe dalla singolare configurazione di dolmen, con elementi spuri. La cosa in se, detto sinceramente, sarebbe proprio di pertinenza d'altro tema, se non accadesse che l`articolata problematica dei monumenti richiamati, s'interseca, in qualche misura, proprio con la vicenda conclusiva delle tombe nuragiche.

Lo scopo sarà cosi duplice: da un lato, tenterò di meglio comprendere quella vicenda sopra richiamata e, dall'altro, spero di trovare elementi che possano dirci quando s'interruppe o si concluse la lunga stona delle tombe di giganti e con esse, come mi parrebbe implicito pensare, anche il Nuragico. H

Per fare questo, riprendo le mosse da un mio lontano scritto del 1991 (che, manco a dirlo, voleva essere un tantino dissacrante e, quindi, di sfida), dove si propone una rilettura del particolare "dolmen" di S'Ena ‘e sa Vacca", di Olzai, fatta secondo i consueti criteri dell'indagine tecnica e strutturale. A quello scritto, come ben pensavo, non sembra essere seguito alcunché di costruttivo e nessuno ha voluto riprendere quello che concretamente mi parve un campo aperto. Forse e una mia impressione, che spero infondata, ma da allora quel monumento e come se sia stato definitivamente cancellato dai pensieri di quanti, increduli, non sanno,o non possono, schierarsi per mancanza d'argomenti.l2

Dall'articolo su quella tomba emergeva prioritaria la diffusa esigenza di dover acquisire gli strumenti tecnici per leggere un qualsiasi monumento, in modo che si sia certi, innanzi tutto, della tipologia che si va ad indagare: cosa che, per quanto singolare possa apparire, talvolta non e cosi sicura come intuitivamente potrebbe dirsi. La corretta attribuzione di un monumento può essere fatta, talvolta e per l'appunto, non prima ma dopo un indagine precisa sulle strutture indagate (per quanto attiene l'esempio sollevato equivale a porsi la domanda se si tratti di un dolmen antico quindi di tradizione neolitica, come ritenuto in passato o se proprio non lo è per nulla). Il secondo aspetto, che deriva dalla breve indagine richiamata, e che a non tenere conto dei fatti tecnici si hanno delle conseguenze importanti, talvolta incredibili, anche in termini di valutazione cronologica. Per esempio, il monumento in discussione, secondo gli esiti di quella mia prima indagine, non e per nulla della fine del Neolitico e neanche dell'Eneolitico, ma di un momento tardo (o molto tardo) che per ora non si potrebbe, ne qui sarebbe utile, precisare con certezza. Il terzo fatto saliente dalla rilettura in discussione e che il singolare monumento di Olzai e stato costruito sui resti basali di una tomba di giganti di tipologia abbastanza evoluta (credo, per alcuni elementi indicativi, delle ultimissime fasi del Nuragico), dunque e oltre modo contraddittorio il collocarlo (come è stato fatto da tutti) in epoche assai precedenti alle stesse tombe dei giganti.

Quarto elemento derivante e che dopo le tombe di giganti, quindi dopo la fine del Nuragico, ci fu una fase in cui, singolarmente, (e capisco quanto possa essere difficile l'accettarlo o crederlo) qualcuno in Sardegna costruisce per i propri defunti tombe di tipologia che, all'apparenza, ma solo all'apparenza, sono simili a quelle erette nell'allora ormai lontanissimo Neolitico.

Quinta inferenza possibile e che dopo l'Epoca nuragica, in termini assai generici, ci fu nell'Isola un popolo abbastanza numeroso o in ogni modo capace di "segnare" ampie parti del territorio. Possiamo solo sospettare che esso possa essere stato causa o espressione di un periodo particolare: una presenza culturale, dai forti aspetti di imbarbarimento sociale, finora innegabilmente sconosciuta agli addetti ai lavori (non figura ancora nei manuali). Di questo popolo si ha ora soltanto un primo indizio e null'altro può essere detto della sua cultura, né può essere collocato in esatti ambiti cronologici. Sesta conseguenza e, infine, che le metodiche d'indagine fin qui utilizzate dagli addetti ai lavori, non possono essere definite propriamente adeguate rispetto a quanto, invece, oggi sarebbe necessario e doveroso disporre (e la cosa e di per sé evidente).

Non sfugge ad alcuno che, se si continuasse ad attribuire indistintamente tutti i monumenti in forma di dolmen al Neolitico, persistendo nell'errore, non si chiarirebbe alcunché e, ancora, non imparando a distinguere i dolmen veramente antichi da quelli d'età assai più tarde, si produrrebbe un tale guazzabuglio da invalidare, rendere inutili o sospette buone parti delle ricerche in preistoria. L'aiuto sperato in stratigrafie, anche residue, provenienti da questi monumenti potrebbe essere vano, giacché, per destino, proprio da queste tombe, forse perché collocate in superficie e quindi molto esposte, non vengono quasi mai livelli d'occupazione o reperti (sia dalle più antiche sia dalle più recenti), ferma restando una corretta lettura delle stesse.

I popoli del mare a Megadil


I dolmen del Guilcier

Sono partito dal presupposto che la singolare tomba di S'Ena ‘e sa Vacca"poteva non essere un caso unico e, dopo una lunga ricerca sono riuscito a trovare esempi analoghi ad essa e diverse conferme circa le ricorrenti "anomalie" di questi piccoli dolmen.15 Resta la difficoltà di dimostrare la non appartenenza al Neolitico di piccoli dolmen, i quali non restituiscono reperti né segni strutturali inequivocabili.

Tuttavia, se si trovasse una sufficiente casistica d'elementi comparabili o collocabili in un discorso organico, sarebbe allora possibile capire il perché e quali tombe dalle fattezze dolmeniche sono tarde, come quella d'Olzai, e quali invece devono essere collocate nell'orizzonte Neolitico o Eneolitico.l6 In questi ultimi anni, ho avuto modo d'intensificare le visite ai monumenti dell'altopiano del Guilcier e, fra essi, ho potuto osservare diversi dolmen di piccole dimensioni le

cui fattezze sono tali da lasciare salutari dubbi sulla loro sistemazione cronologica. Limitatamente a questa regione comprenderei, fra i numerosi osservabili e non ancora specificamente osservati, i piccoli

 


dolmen che già il Taramelli segnalo nei comuni di Abbasanta, Ghilarza e Norbello, quelli di Aidomaggiore, di Borore e tanti altri. Alla lista dei noti (anche se collocati erroneamente), aggiungerei i dolmen di Martinaghe, Crobeecada, lscrallotze, Mura Luosa e S'Aspru, tutti di Aidomaggiore, e ancora quello posto all'interno dell'azienda Meloni e quello di Perda Piccada, in agro di Norbello.l9 Sono, tutti questi, dolmen di piccole e piccolissime dimensioni, per i quali uno dei denominatori comuni, per dirla in breve ed evitare eccessivi tecnicismi, e la genericità e l' approssimazione delle costruzioni. Volendo estendere al di fuori del Guilcier i riferimenti a questi

particolari tipi monumentali, si potrebbero citare numerosi esemplari in ogni parte dell'isola ma, a titolo di buon esempio richiamo, fra i pubblicati, i recentissimi acquisti in territono di Nule, dove le pregevoli ricerche di G. M.Cossuzo hanno evidenziato piccoli dolmen in localita Mialibéngo, Santu Leséi,Taspile, con altri esiti dubbi (Badu ‘e Porcheddos, Lughei, ecc.). Pur ammettendo che per qualcuno di questi sia da ritenere fondata una collocazione originaria in fasi del Neolitico (ad es. Santu Leséi), per cui e pensabile un riutilizzo ed un rifacimento, restano negli altri monumenti i particolari aspetti, analoghi ai riscontrati nei richiamati

 


dolmen del Guilcier, tali da consentire una generale attribuzione ad epoca assai tarda. Innanzi tutto, vorrei proporre una riflessione sul come la relativamente alta presenza di piccoli dolmen, dalle fattezze eterogenee, specie in aree che mostrano d'essere state sempre e fortemente antropizzate, costituisca un elemento di per se assai sospetto. Si

può, infatti, convenire sul fatto che, in tutte le epoche, fitte presenze di gruppi umani, disposti lungo i declivi e nei passi obbligati che fanno capo alla maggiore delle vie naturali, qual e la valle del

Tirso, hanno segnato distintamente il territorio dell'altopiano del Guilcier, specialmente nel lungo periodo nuragico, per proseguire poi con tutte le vicende che segnarono l'avvio e lo svolgersi del-

l'Età del ferro, come attestano anche gli onnipresenti segni delle testimonianze puniche e romane, nel Tardo Antico e in tutto il Medioevo. Tutto questo, a mio avviso, avrebbe determinato, certo non

radicalmente ma almeno in gran parte, la cancellazione di strutture tombali cosi piccole e ben individuabili, che invece ritroviamo specialmente vicine


agli insediamenti antichi e, per di più, in aree archeologiche da sempre molto frequentate. Non e questo un elemento decisivo di prova, ben lo credo, ma e tuttavia un ulteriore e forte indizio di seriorità di questi dolmen, stranamente minuti, non propriamente canonici e relativamente numerosi. Caduto l'assunto che tutti i dolmen debbano appartenere al Neolitico, nasce l'esigenza di distinguerli correttamente. Al riguardo, non so se sia stata codificata da alcuno una "canonicità" dei pur diversi dolmen neolitici (ove sia possibile farlo) onde poterne determinare, con una certa fondatezza, una collocazione culturale in assenza di stratigrafie e reperti mobiliari, ma credo, tuttavia, che si possa convenire su alcuni aspetti essenziali ad essi attribuibili: il carattere o il gusto megalitico, le caratteristiche formali delle pietre che compongono la camera (gli ortostati) e le particolarità delle loro posture, la congruenza della lastra di copertura, e altre cose ancora, oltre che la lavorazione (o preparazione), complessiva e particolare, delle pietre in opera. A questi aspetti enunciabili in linea generale, si può sommare il conforto d`elementi peculiari presenti talvolta sulle parti che li compongono, quali possono essere i segni inequivocabili riconducibili agli aspetti cultuali e culturali, e quindi non di semplice contorno, che personalmente considero di chiara e indiscutibile attribuzione Orbene, tutti questi aspetti “canonici" non sono presenti, per solito neanche in parte, in tutti i piccoli dolmen qui richiamati, e questo dev'essere considerato come un elemento di forte sospetto che, ancora una volta, consiglia datazioni in linea con epoche assai tarde. Capisco le perplessità che potrebbero nascere dai contenuti sopra esposti, anche in considerazione del fatto che, per sua stessa definizione, il monumento "dolmen" e inteso (direi aprioristicamente), in Sardegna ma anche in Europa, solo come Neolitico, come se di quel periodo fosse un sinonimo. L'analisi strutturale di molti piccoli dolmen ci dice invece che cosi non è, e questo non e solo confermabile con un'attenta analisi tecnica e costruttiva, ma la cosa parrebbe anche ampiamente confortata da altre realtà extra isolane.

Studi relativamente recenti (benché ancora generici) confermerebbero date assai tarde per una gran quantità di dolmen dell'Africa mediterranea, le cui diverse connotazioni strutturali potrebbero essere, non del tutto inutilmente, confrontate o assimilate a quelle dei nostri dolmen minori, qui esaminati. Tra la fine delle tombe di giganti e l'avvento dei piccoli dolmen abbiamo visto, nei monumenti di Olzai, di Bultei, e in quelli del Guilcier come la vicenda delle tombe di giganti s'intersechi con quella dei piccoli dolmen e questo fatto porta ad un istintivo "aggancio" cronologico per quanto attiene alla vita delle prime con i secondi; se questo fosse dimostrabile, risolverebbe subito i problemi di posizione o di cronologia relativa dei piccoli dolmen, anche se, in ogni caso, resterebbe aperta la questione dell'ultima data assoluta attribuibile alle tombe dei giganti, fra le diverse proposte. Per orientarci in questa vicenda apparentemente complicata (che pure non e cosi lineare come avremmo desiderato), propongo l'osse1vazione di fatti costruttivi osservabili in due esempi monumentali davvero particolari, con un denominatore comune.


carri


a) Area archeologica di Aurù

Il nuraghe Aurù si staglia sull'0rizzonte dell'altopiano di Soddi, in posizione ampiamente dominante. E una torre circolare, di buone dimensioni, ben costruita, e al suo interno ospita una bellissima camera circolare, la più ampia che conosca fra quelle dei nuraghi a sviluppo verticale, appena svettata, emozionante per il forte aggetto delle pareti. All'esterno l'edificio è circondato da numerosi resti di capanne e massi di crollo che attestano la sua movimentata vicenda. Ancor prima degli interventi attuati per la valorizzazione del sito, un esteso accumulo s'addossava al nuraghe verso il lato Ovest. Quello che sembrava un cono detritico, determinato da una relativamente recente spoliazione dell'edificio si rilevo, invece, come un accumulo di blocchi eterogenei, di diversa dimensione, forma e lavorazione, che dimostravano di non poter venire in alcun modo dal colmo del nuraghe. Un grosso blocco, del tutto grezzo, troppo grande e inadatto perché possa appartenere ai paramenti murari demoliti, sovrasta ancora il colmo di quanto residua dell'antica torre che, in origine, per dimensione e articolazione interna, doveva toccare un'altezza di oltre 15 metri, con le camere superiori oggi mancanti.

Una gran quantità di blocchi non appartenenti al nuraghe, dunque, sono presenti nell'area descritta e questo pone il problema di comprendere il quando, il come e il perché questo sia accaduto. Avviene che nell'accumulo dei crolli siano presenti numerosi conci provenienti da una tomba di giganti, che ritengo fosse di grandi dimensioni, ben costruita e d'epoca abbastanza evoluta. La forma, la dimensione e la lavorazione dei conci suddetti non lasciano dubbi sulla loro antica appartenenza, e questo fatto pone nuovi interrogativi: chi può aver avuto necessità di trasportare e collocare a ridosso del nuraghe una cosi grande quantità di pietre; perché e quando questo e stato fatto.

Innanzi tutto si può sostenere che, per ovvie ragioni, coloro che hanno smontato una cosi grande e bella tomba di giganti, non potevano appartenere ad alcuno dei popoli nuragici: come, infatti, essi stessi avrebbero potuto distruggere la tomba del proprio villaggio, d'uso comune e residenza monumentale dei loro antenati in secondo luogo, dobbiamo pensare che qualcuno riutilizzo e restaurò in parte il nuraghe quando già da tempo era ampiamente svettato e depredato, e quindi non fu riutilizzato da gente nuragica. Infine. dobbiamo credere che le ceramiche e le pietre sicuramente

attribuibili all'Età del ferro, che sono state individuate sopra e all'interno del crollo, come pure tutt'intorno e ai piedi del nuraghe, possano inequivocabilmente segnare l'epoca in cui il nuraghe fu ri-utilizzato. Tralasciamo d'indagare, in questa sede, il perché sia stato compiuto un tale rifacimento e una così estesa distruzione poiché questo esula dall'argomento affrontato, ma considerando, per quanto ora serve puntualizzare, che si può tenere per certo il come, nell'Età del ferro (a partire almeno dal IX secolo a.C.) in Sardegna non operassero più i Nuragici ma altri e a quella data siano già ampiamente demolite numerose tombe di giganti. La situazione di Aunt e, per altro verso, pienamente confermata dall'estensione delle ricerche attuate presso il vicino nuraghe Santa Nestasia pure di Soddi, a ridosso del quale si trovano molte parti componenti di una seconda tomba di giganti diversamente riutilizzate in strutture pertinenti ad un livello attribuibile sempre all'Età del ferro.




b) Il dolmen di "Sa Perda Piccada" a Norbello


Al limitare del territorio di Norbello, appresso il confine di Abbasanta, in un'area ricchissima di testimonianze archeologiche d'ogni epoca (dalla Preistoria al Medioevo), tra le altre emergenze si possono osservare alcuni monumenti di straordinario interesse archeologico. Il sito mostra chiari segni di un insediamento umano, forse ininterrotto, presente dal Nuragico fino ad epoca Altomedioevale, attraverso le vicende protostoriche dell'Età del ferro, fino a quella punica e romana. Una fonte ricavata fra le rocce naturali emergenti, d'accuratissima e singolare lavorazione, rimaneggiata nel tempo, conferma non solo le motivazioni di un antichissimo e importante insediamento umano nel luogo, ma anche una lunghissima presenza antropica. Le conferme vengono anche dalle aree cimiteriali, contennini, che attestano l'amplissimo excuisus cronologico. Una tomba di giganti, ormai segnata da esigue strutture, di tipologia evoluta, come attestano i residui conci dall'accuratissima fattura (distribuiti anche lungo i muri a secco di recinzione), ha certamente fornito materiali per numerosi cippi delle urne cinerarie che, poco lontane, segnano il cimitero d'epoca punica e romana. A breve distanza dalla tomba di giganti, a conferma di come la collinetta e stata da sempre e ininterrottamente destinata ai defunti, si osserva un piccolo dolmen allungato, coperto da uno spesso lastrone residuo che copre solo una parte degli ortostati, impostati con una discreta cura e oggi solo parzialmente in posizione originaria. Nel complesso sembrerebbe di osservare, per la compostezza dell'impianto, pur nella sua evidente irregolarità, un edificio propriamente neolitico, e tuttavia una certa disarmonia dell'insieme spinge ad una più attenta rilettura.

Un elemento della piccola tomba scioglie pero ogni dubbio sull'impossibilita ad attribuirla (almeno nell`ultimo allestimento) a cosi alta antichità: uno degli ortostati e, con certezza, una pietra proveniente dall'abside della vicina tomba di giganti, Questo particolare, se da un lato risolve un quesito, ne lascia aperti almeno altri due: ora sappiamo con certezza che il piccolo dolmen di Sa Perda Picca da non e Neolitico ma, addirittura, e stato costruito dopo che la tomba nuragica era stata estesamente demolita; non sappiamo pero, ad esempio, se esso fu realizzato proprio da coloro che quella tomba monumentale distrussero (cosa che personalmente ritengo assai improbabile) o, in caso contrario, se fu realizzato prima o dopo l`edizione del vicino cimitero ad urne cinerarie, per il quale dovettero pure essere utilizzate molte lastre della tomba di giganti, per i cippi di copertura.

In attesa d'ulteriori indagini che possano chiarirci definitivamente questi aspetti di cronologia relativa, (che potrebbe cosi trovare elementi di riferimento assoluti) 25 possiamo fare alcune riflessioni conclusive. Si deve porre il quesito se davvero i costruttori del piccolo dolmen abbiano distrutto la tomba di giganti e, personalmente, risponderei che non appare verosimile, per almeno due motivi: se, infatti, la tomba nuragica fosse stata trovata intera, i nuovi venuti l'avrebbero certamente utilizzata (era molto più bella e utile, aveva una camera allungata come le loro esigenze richiedevano ed era già pronta). Il fatto che abbiano riusato, per quanto e ora osservabile, una sola pietra absidale e delle parti inferiori, significa che la grande e bella tomba nuragica era già estesamente distrutta da prima.

Possiamo pensare che i Punici avrebbero potuto distruggere la tomba di giganti, se stiamo alle opinioni di molti autori e si può sostenere che la cosa e anche possibile, se pensiamo che possono aver principiato a realizzare, a suo detrimento, numerosi piccoli cippi funerari. In realtà, però, possiamo opporre a questo che nei siti relativamente vicini di Aurù e Santa Nestasia di Soddi le tombe nuragiche risultano già distrutte nella prima Età del ferro, e cioè ben prima dell'avvento dei Punici e della loro più tarda consuetudine di realizzare urne cinerarie, uso continuato poi in epoca romana.

Possiamo correttamente pensare, allora, che il piccolo dolmen di Norbello potrebbe essere si dell'Età del ferro ma, in ogni modo, d'epoca distinta da quella della prima distruzione delle tombe nuragiche. Esso appartiene, dunque, ad una fase (non tanto breve e ancora non attribuibile ad un preciso popolo) svoltasi dopo la prima Età del ferro, precedente o successiva all'avvento dei Punici e cioè prima o dopo il diffondersi della pratica delle urne cinerarie? In questa fase della ricerca nulla può essere escluso, ma entrambe le ipotesi non paiono del tutto convincenti.

Un sospetto (una semplice ipotesi di lavoro) potrebbe essere avanzato: che questi piccoli dolmen siano d'epoca storica?

Potrebbero essere di quando, finita la lunga e dolorosa vicenda romana, la Sardegna fu terra di conquista d'altri popoli, forse più barbari dei predecessori, ma certo più essenziali e rudi nel realizzare le ultime dimore dei loro defunti, inumati e non più cremati, come frequentemente avveniva nelle precedenti epoche. Se in futuro si avranno stratigrafie attendibili, sapremo come meglio collocare tutti i "picculi dolmen" (quelli non Neolitici — evidentemente) e quindi anche quello di S'Ena ‘e sa Vacca di Olzai, da cui siamo partiti, nel quale osserviamo come, all'epoca dell'ultimo allestimento, la sottostante tomba di giganti fosse davvero ridotta alle fondazioni, a segno di una marcata e compiuta spoliazione precedente.

Molto tardo e, dunque, l'arrivo dei rudimentali costruttori di piccoli dolmen che, proprio perché essenziali, forse poco o nulla devono aver distrutto, ma hanno riutilizzato l'esistente.

Per quanto fin qui esposto, appare evidente quanta prudenza debba essere posta per ogni ulteriore valutazione, sistemazione cronologica e culturale dei monumenti in genere e delle tombe dei giganti in particolare (le cui vicende non sono per nulla chiarite). Nulla deve essere dato per scontato, se non che ancora si sa ancora davvero troppo poco.




Giacobbe Manca.



Note:

1 - Giovanni Lilliu, La civilta dei Sardi, dal Neolitico all‘Età del ferro, E.R.I., Torino, 1963.

2 - Antonio Taramelli, 1903-1939, Scavi e Scoperte,vol. I-II-III-IV Delfino Ed., anast., 1982; Giovanni

Pinza, Monumenti primitivi della Sardegna, in Monumenti antichi dei Lincei, 1901;
Duncan Mackenzie, Dolmens, tombs of the giants, and nuraghi of Sardinia, Papers of the British School at Rome, vol.\L n. 2, pp. 90 - 137, Tav. I —VI, London 1910;

Christian Zervos, La Civilisation de la Sardaigne du debut de l'Eneolithique ti la fn de la période nouragique, Chaiers d'Art, Paris, 1954; (trad. ital., Ed. Libr.Scient. lntemaz., Firenze 1980).

3 - Quella pubblicazione, che per alcuni versi si configura come una manifestazione d‘incondizionata fiducia nella propria immaginazione, fu accolta da alcuni, ricordo, con sorrisi, frasi sommesse e qualchepreoccupato moto dell‘animo.


E. Contu, Il signyicato della "stele" nelle tombe di giganti, Quademi 8, Dessi, 1978.

4 - G. Lilliu, La civilta dei Sardi, dal Paleolitico all`Età dei metalli, Nuova Eri, 1988.

5 - Non merita il richiamare altre successive pubblicazioni sulle tombe di giganti, benché prodotte da titolati rappresentanti, dove i limiti fanciulleschi di una manifesta povertà conoscitiva e l‘infondatezza d`elementi proposti, resa ancor più ridicola dall'ingenua furbizia del "dire e non dire"; lungi dal dare nuovi apporti, in realtà non si riesce in essa a nascondere le incredibili pecche: esercizi, questi, che farebbero sorridere se non sconcertassero, invece, per la preoccupante inconsistenza elevata a scienza e magari, come tale, propinata agli studenti in archeologia. Segnalai questi aspetti già in passato in G. Manca, Il mito dei giganti e il Nuragico, in Sardegna Ant. C.M. n. 9, 1996, nota n. 35.

6 - Per ulteriori riflessioni su recenti pubblicazioni e in generale sull'argomento delle tombe dei giganti rimando alla pubblicazione citata nella nota precedente.

7 - E certo per egoismo, più che per la spinta delle lusinghe che, a sostegno di quanto impudicamente vado predicando, affermo come di questi argomenti accennai più volte all'accademico G. Lilliu che, convenendo sul1‘evidente inadeguatezza delle conoscenze acquisite, ha chiesto più volte (e di questa fiduciosa attesa lo ringrazio) un mio rinnovato e ampio impegno al riguardo (ultimamente ad Isili, nel 1998, in occasione della presentazione del film Il raccontodei nuraghi, regia I. Figus): una proposta che, pur lusingandomi, ho preferito sempre disattendere e rimandare a data futura, e non per timore dell'impegno.

8 - Non sfugge come la realtà dei monumenti non possa in alcun modo essere di per sé contraddittoria, ma se cosi fosse fatta apparire, al vaglio d‘evidenti limiti conoscitivi, sarebbe solo per i pregiudizi, magari spesi per scienza dalla stucchevole presunzione di molti archeologi salottieri.

9 - Notai già dai primi degli anni '8O le "incongruenze" di cui si fa cenno, ma pensai - forse a torto – che fosse giunto il tempo di affrontarle solo un decennio appresso. Si veda G. Manca, S'Ena de sa Vacca, rilettura di un monumento, in Sardigna Amiga ri. 4,1991.

10 - Per aspetti più generali, dalle forme arcaiche alle più evolute, rimando all'articol0 di G. Manca, La tomba di Jumpadu o Gonnorigori e le "stele" con dentelli, in Origini — Preistoria e Protostoria delle Civiltà Antiche. Vol. XI, Università La Sapienza, Roma,

1977-82, che ritengo ancora attuale e valido negli specifici contenuti, benché risenta dei 20 anni trascorsi.

11 - Per le mie convinzioni sulla cronologia della civiltà nuragica si veda G. Manca: "Premessa critica“ in A.M. Centurione, Studii recenti sopra i nuraghi e loro importanza, 1888, anastatica, Ed. Solinas — Nuoro, 1995; idem, Il mito dei giganti e il Nuragico, in S.A.C.M. n. 9.1996; idem, "Premessa critica ai Nuraghi di Centurione" Ed. 1997, pp. 7 - 99 e in particolare pp. 31 - 40. Si veda anche l'opera d'lgnazio Figus, Il racconta dei Nuraghi, Film - ricerca - documentario con testi e narrazione di G. Manca, C.S.C.M., Nuoro, 1997; idem, "Il patrimonio archeologico di Mam0iada" in G. Manca - G. Zirottu, "Pietre magiche a Mamoiada", Ed. Peppino Beccoi. 1999, Mamoiada.

Per quanto attiene la mia proposta circa un radicale cambiamento della cronologia del Nuragico, sia riguardo alle origini e sia, sopratturto, per quanto attiene la sua conclusione, rilevo che, dopo un lungo periodo di benevoli sorrisi e manifestazioni improntate ad un indicativo scetticismo, si cominciano oggi a vedere espliciti — quanto inattesi - segni d'approvazione proprio da parte del Prof. G. Lilliu. Egli, infatti, già in due recenti convegni [a Laconi e a Guspini, ha ammesso che i c.d. "bronzetti" non sono da ritenersi nuragici ma post-nuragici e questo riprende e sottoscrive quanto contenuto nella bibliografia qui sopra citata e quanto da almeno un decennio ho reiteratamente proposto in analoghe conferenze. L‘inusitata novità non può che rallegrarmi alquanto, ancorché l‘accademico non abbia specificato, né mai fatto cenno, a quale fonte abbia attinto le nuove convinzioni o se e per quali vie egli sia infine pervenuto, con cosi forti cambiamenti della sua "antica" posizione, alle mie stesse e ormai decennali conclusioni. Si badi che, la nuova teoria oggi sposata dal Lilliu, modifica non poco le sue stesse precedenti elaborazioni, che pure ancora nel 1998, pur senza argomentare, egli riconfermava ad Isili nella sua corta relazione (in opposizione alle mie teorie espresse nell‘allora presentando film Il racconto dei Nuraghi, cit., che, apprezzato per le immagini, mostrò di non condividere in alcun modo).

12 - Giacobbe Manca, S'Ena de sa Vacca, op. cit..

13 - Bene intendo la gravita di quanto qui affermo, ma la realtà dimostra che non infrequentemente,prima ancora delle inferenze sui dati provenienti da un monumento, sono sbagliate le attribuzioni cronologiche, culturali e strutturali del monumento stesso, e questo vale per i più diversi edifici o persino per interi villaggi, attribuiti erroneamente, con una determinazione sconcertante. Sorvolo sugli esempi citabili, davvero troppi, perché sarebbe qui inutile.

14 - La lettura delle stratigrafie, oltre ad essere soggetta alla bontà dello scavo e alle capacita personali dell‘archeologo, è fortemente condizionata dal momento culturale in cui essa avviene. Si veda, ad esempio, il risultato di scavo proposto da A. Taramelli nei piccoli dolmen e in altre vicine che definisce "a cassone", rinvenuti in agro di Norbello: ‘f. i dolmens diedero ordinariamente avanzi della consueta ceramica nuragica; le tombe a cassone cocci di pasta grossolana, quarzosa e carboniosa, di cottura assai imperfetta, a superficie nera liscia, non discostantesi gran che neppur essa dal consueto tipo della ceramica nuragica. in "Domusnovas Canales, Citadella di Nurarchei", in Notizie degli Scavi, 1915, pp.124-136 (anche in Scavi e Scoperte, Ed anast. Delfino, vol. II, 1911-1917).

15 - Grazie all'intuito e alla costanza del gentile dott.Graziano Dore di Bultei ho potuto finalmente osservare "l'introvabile" monumento di Su Coveccu — Bultei, ancorché molto manomesso e danneggiato(mal segnalato, di recente, in posizione del tutto casuale), e ho potuto costatare che la sua vicenda appare assai diversa da quanto i manuali oggi ripetano, ancorché a seguito delle acute indagini del 1910 di Duncan Mackenzie (Dolmens, tombs", op. cit.], riprese da Christian Zervos (La Civilisation", op. cit) e acriticamente fatte proprie da altri. Conto presto (i tempi sono forse maturi) di pubblicare un nuovo studio su questo ed altri monumenti analoghi.

16 - Elementi distintivi dei dolmen neolitici ed Eneolitici sono in G. Manca, "Pietre magiche., cit., cap.3°, pp.73-78.

17 - Il Guilcier, la regione storica che si estende nell'altopiano basaltico, alla destra del Tirso, comprende i comuni di Abbasanta, Aidomaggiore, Borore,Ghilarza, Norbello, Soddi, ecc.; e fra le contrade con la più alta concentrazione di monumenti d'ogni epoca, oltre i numerosissimi nuragici.

18
- A. Taramelli, G.G. Porro, Domus Novas Canales - Cittadella di Nurarchei, in Notizie degli scavi, 1915, pp. 118-19. Non posso qui enumerare tutti i numerosi piccoli dolmen, recentemente osservati, la cui conformazione e composizione mi spingono non solo ad avanzare sospetti sulla loro alta antichità, ma a ritenerli sicuramente tardi, ma mi riservo di farlo a breve in un più ampio e specifico studio.

19 - Ringrazio i Signori Felice Niola e Antonio Ziulu per avermi segnalato e condotto ai dolmen di Aidomaggiore, l`Avv. Paolo Meloni e il Signor Gianni Carli per i monumenti di Norbello.

20 - Giovanni Michele Cossu, Sulle tracce dei nostri antenati, in Nule, la sua storia e il suo territorio, Com. Nule, pp. 7 - 243. Col Cossu ho recentemente discusso dell'argomento qui proposto e al riguardo egli, condividendo i miei dubbi, mi segnala ancora la presenza di un nuovo dolmen antico a Nule e di un secondo atipico, determinato forse dalla particolare disposizione di rocce naturali: entrambi in corso di studio.

21
- La prioritaria scelta divulgativa che si vuol dare alla presente comunicazione suggerisce di sorvolare sugli aspetti eccessivamente tecnici, che appesantirebbero inutilmente lo scritto.

22 - Sepolture a cista litica e altre dal carattere dolmenico sono molto diffuse in Africa Settentrionale e soprattutto nella Sahariana nord orientale. Le tombe sono distinte da tumuli di diversissime forme e dimensioni e daterebbero tra il 1500 e il 1000 a.C. alcuni dei casi più antichi, mentre altri tra il 1150 e l'850 a.C., mentre i tumuli più recenti sarebbero attribuibili ad epoche tra il 650 e il 300 a.C.; altri ancora sarebbero stati utilizzati in epoca romana e alcuni conservano il nome popolare di "sepolture cristiane'Z Cfr. Massimo Baistrocchi, Monumenti preislamici del Sahara, in L'Universo n. 5, 1984, pp. 589— 613. Tuttavia, é bene considerate che nelle epoche riferite la Sardegna aveva raggiunto un progresso culturale ben più avanzato e per di più disponiamo già di buoni riferimenti monumentali e cronologici per quanto attiene la generalità delle tipologie tombali di periodo protostorico e storico, fino all'avvento dei romani. Per questo parrebbe improbabile, salvo lacune della ricerca [sempre possibili], che i nostri piccoli dolmen possano essere ascritti a quelle stesse date proposte per L'Africa, specialmente alle più alte.23 Si veda la nota n. 15.

24 - Devo la segnalazione dell'importante sito archeologico ai già citati Avv. Paolo Meloni e al Signor Gianni Carli di Norbello, che ringrazio sentitamente; il monumento legato all`antica sorgente e oggetto di una mia ricerca sulle fonti antiche, di prossima pubblicazione.

25 - Per cronologia relativa s`intende la determinazione di una corretta seriazione o relazione reciproca fra i diversi tipi di monumenti o di fatti ad essi pertinenti; per cronologia assoluta, invece, la possibilità di datare i monumenti, più o meno precisamente o attendibilmente, con una data numerica.

26 - Ferruccio Barreca, La Sardegna fenicia e punica,
Chiarella, 1973; idem, Fen·uccio Barreca, La Civiltafenicio- punica in Sardegna, Delfmo, 1986.