|
rielaborando personalmente. |
![]() |
Indistintamente si ammettono diversità formali, attribuibili forse alla differente cronologia, soprattutto nel primo tipo citato, quello con una gran lastra ornata da cornici in bassorilievo, detta “stele centinata’Z Si attendeva la risoluzione, dunque, dell’evidente dicotomia, fino allora non affrontata, dell’attribuzione di tombe si diverse rispetto alle medesime vicende strutturali dei nuraghi a sviluppo verticale (monumenti ai quali si vorrebbe da parte di tutti i cattedratici, mi pare legare l’intera vicenda nuragica). La cosa fu affrontata alla fine degli anni Settanta, con una sintesi di certosine indagini, ricca d’importanti sogni, presuntuosa la stele centinata doveva essere sempre presente, giacché, ove assente con le canoniche grandi lastre, la forma sarebbe stata "costruita" con più tasselli. |
| tutto potrebbe essere stato già detto e, quindi, non si ha più nulla da dire, giacché ogni apporto suonerebbe come inutile ripetizione, ancor più se le ultime ricerche (chiunque le abbia fatte) hanno, manco a dirlo, ulteriormente confermato le conoscenze acquisite e tramandate dai "testi classici" (O "sacri" come qualche sciagurato, molto ossequiente, osa dire). Un altro motivo per il quale, a mio parere, non si pubblica più di tombe di giganti e che non si fanno più ricerche in questa direzione, come se la cosa non attirasse gli addetti, proprio come quando si pensa che tutto sia stato già detto e non si volesse essere manifestamente ripetitivi e pedissequi.5 Eppure, ho più che una sensazione di come molto, anzi moltissimo di nuovo possa essere detto su questi luoghi di culto e sulle diverse tipologie (certo più numerose di quanto si creda), su come essi abbiano accompagnato la civiltà dei Nuragici e su come si siano trasformati nel tempo. Molto ancora, però, potrebbe essere detto anche sulla loro lunga vicenda cronologica e sui limiti della stessa. Ancora altro si potrebbe aggiungere, secondo il mio modesto parere, sulla linee delle tombe nuragiche e su cosa sia avvenuto ancora dopo il loro abbandono. Insomma, e mia opinione che forse sarebbe meglio riscrivere proprio ogni cosa sulle tombe di giganti (e opportuno ed e ormai tempo) e questa proposta può essere accolta, da quanti interessati, come una fraterna stima costruttiva. Certo, a basarsi su alcune fra le meno antiche pubblicazioni, si potrebbe correre il rischio di sentire quanto oggi sull'argomento si sia "fiacchi", per dirla con Dante, e si potrebbe perdere ogni fiducia sia nell'autonomia di pensiero d'alcuni "ricercatori" e sia nelle loro capacita d'indagine.6 Cosi propongo, in queste righe, una breve e certo incompleta riflessione su un misterioso fenomeno monumentale non ancora bene inquadrato culturalmente, benché rilevato da molto tempo, che m'incuriosisce ancora per l'apparente contraddittorietà degli elementi salienti.9 Lo stretto nodo riguarda la presenza, in molte parti dell'Isola, di piccole tombe dalla singolare configurazione di dolmen, con elementi spuri. La cosa in se, detto sinceramente, sarebbe proprio di pertinenza d'altro tema, se non accadesse che l`articolata problematica dei monumenti richiamati, s'interseca, in qualche misura, proprio con la vicenda conclusiva delle tombe nuragiche. Lo scopo sarà cosi duplice: da un lato, tenterò di meglio comprendere quella vicenda sopra richiamata e, dall'altro, spero di trovare elementi che possano dirci quando s'interruppe o si concluse la lunga stona delle tombe di giganti e con esse, come mi parrebbe implicito pensare, anche il Nuragico. H Per fare questo, riprendo le mosse da un mio lontano scritto del 1991 (che, manco a dirlo, voleva essere un tantino dissacrante e, quindi, di sfida), dove si propone una rilettura del particolare "dolmen" di S'Ena ‘e sa Vacca", di Olzai, fatta secondo i consueti criteri dell'indagine tecnica e strutturale. A quello scritto, come ben pensavo, non sembra essere seguito alcunché di costruttivo e nessuno ha voluto riprendere quello che concretamente mi parve un campo aperto. Forse e una mia impressione, che spero infondata, ma da allora quel monumento e come se sia stato definitivamente cancellato dai pensieri di quanti, increduli, non sanno,o non possono, schierarsi per mancanza d'argomenti.l2 Dall'articolo su quella tomba emergeva prioritaria la diffusa esigenza di dover acquisire gli strumenti tecnici per leggere un qualsiasi monumento, in modo che si sia certi, innanzi tutto, della tipologia che si va ad indagare: cosa che, per quanto singolare possa apparire, talvolta non e cosi sicura come intuitivamente potrebbe dirsi. La corretta attribuzione di un monumento può essere fatta, talvolta e per l'appunto, non prima ma dopo un indagine precisa sulle strutture indagate (per quanto attiene l'esempio sollevato equivale a porsi la domanda se si tratti di un dolmen antico quindi di tradizione neolitica, come ritenuto in passato o se proprio non lo è per nulla). Il secondo aspetto, che deriva dalla breve indagine richiamata, e che a non tenere conto dei fatti tecnici si hanno delle conseguenze importanti, talvolta incredibili, anche in termini di valutazione cronologica. Per esempio, il monumento in discussione, secondo gli esiti di quella mia prima indagine, non e per nulla della fine del Neolitico e neanche dell'Eneolitico, ma di un momento tardo (o molto tardo) che per ora non si potrebbe, ne qui sarebbe utile, precisare con certezza. Il terzo fatto saliente dalla rilettura in discussione e che il singolare monumento di Olzai e stato costruito sui resti basali di una tomba di giganti di tipologia abbastanza evoluta (credo, per alcuni elementi indicativi, delle ultimissime fasi del Nuragico), dunque e oltre modo contraddittorio il collocarlo (come è stato fatto da tutti) in epoche assai precedenti alle stesse tombe dei giganti. Quarto elemento derivante e che dopo le tombe di giganti, quindi dopo la fine del Nuragico, ci fu una fase in cui, singolarmente, (e capisco quanto possa essere difficile l'accettarlo o crederlo) qualcuno in Sardegna costruisce per i propri defunti tombe di tipologia che, all'apparenza, ma solo all'apparenza, sono simili a quelle erette nell'allora ormai lontanissimo Neolitico. Quinta inferenza possibile e che dopo l'Epoca nuragica, in termini assai generici, ci fu nell'Isola un popolo abbastanza numeroso o in ogni modo capace di "segnare" ampie parti del territorio. Possiamo solo sospettare che esso possa essere stato causa o espressione di un periodo particolare: una presenza culturale, dai forti aspetti di imbarbarimento sociale, finora innegabilmente sconosciuta agli addetti ai lavori (non figura ancora nei manuali). Di questo popolo si ha ora soltanto un primo indizio e null'altro può essere detto della sua cultura, né può essere collocato in esatti ambiti cronologici. Sesta conseguenza e, infine, che le metodiche d'indagine fin qui utilizzate dagli addetti ai lavori, non possono essere definite propriamente adeguate rispetto a quanto, invece, oggi sarebbe necessario e doveroso disporre (e la cosa e di per sé evidente). Non sfugge ad alcuno che, se si continuasse ad attribuire indistintamente tutti i monumenti in forma di dolmen al Neolitico, persistendo nell'errore, non si chiarirebbe alcunché e, ancora, non imparando a distinguere i dolmen veramente antichi da quelli d'età assai più tarde, si produrrebbe un tale guazzabuglio da invalidare, rendere inutili o sospette buone parti delle ricerche in preistoria. L'aiuto sperato in stratigrafie, anche residue, provenienti da questi monumenti potrebbe essere vano, giacché, per destino, proprio da queste tombe, forse perché collocate in superficie e quindi molto esposte, non vengono quasi mai livelli d'occupazione o reperti (sia dalle più antiche sia dalle più recenti), ferma restando una corretta lettura delle stesse. |
![]() |
Sono partito dal presupposto che la singolare tomba di S'Ena ‘e sa Vacca"poteva non essere un caso unico e, dopo una lunga ricerca sono riuscito a trovare esempi analoghi ad essa e diverse conferme circa le ricorrenti "anomalie" di questi piccoli dolmen.15 Resta la difficoltà di dimostrare la non appartenenza al Neolitico di piccoli dolmen, i quali non restituiscono reperti né segni strutturali inequivocabili. Tuttavia, se si trovasse una sufficiente casistica d'elementi comparabili o collocabili in un discorso organico, sarebbe allora possibile capire il perché e quali tombe dalle fattezze dolmeniche sono tarde, come quella d'Olzai, e quali invece devono essere collocate nell'orizzonte Neolitico o Eneolitico.l6 In questi ultimi anni, ho avuto modo d'intensificare le visite ai monumenti dell'altopiano del Guilcier e, fra essi, ho potuto osservare diversi dolmen di piccole dimensioni le cui fattezze sono tali da lasciare salutari dubbi sulla loro sistemazione cronologica. Limitatamente a questa regione comprenderei, fra i numerosi osservabili e non ancora specificamente osservati, i piccoli |
particolari tipi monumentali, si potrebbero citare numerosi esemplari in ogni parte dell'isola ma, a titolo di buon esempio richiamo, fra i pubblicati, i recentissimi acquisti in territono di Nule, dove le pregevoli ricerche di G. M.Cossuzo hanno evidenziato piccoli dolmen in localita Mialibéngo, Santu Leséi,Taspile, con altri esiti dubbi (Badu ‘e Porcheddos, Lughei, ecc.). Pur ammettendo che per qualcuno di questi sia da ritenere fondata una collocazione originaria in fasi del Neolitico (ad es. Santu Leséi), per cui e pensabile un riutilizzo ed un rifacimento, restano negli altri monumenti i particolari aspetti, analoghi ai riscontrati nei richiamati |
può, infatti, convenire sul fatto che, in tutte le epoche, fitte presenze di gruppi umani, disposti lungo i declivi e nei passi obbligati che fanno capo alla maggiore delle vie naturali, qual e la valle del Tirso, hanno segnato distintamente il territorio dell'altopiano del Guilcier, specialmente nel lungo periodo nuragico, per proseguire poi con tutte le vicende che segnarono l'avvio e lo svolgersi del- l'Età del ferro, come attestano anche gli onnipresenti segni delle testimonianze puniche e romane, nel Tardo Antico e in tutto il Medioevo. Tutto questo, a mio avviso, avrebbe determinato, certo non radicalmente ma almeno in gran parte, la cancellazione di strutture tombali cosi piccole e ben individuabili, che invece ritroviamo specialmente vicine |
Studi relativamente recenti (benché ancora generici) confermerebbero date assai tarde per una gran quantità di dolmen dell'Africa mediterranea, le cui diverse connotazioni strutturali potrebbero essere, non del tutto inutilmente, confrontate o assimilate a quelle dei nostri dolmen minori, qui esaminati. Tra la fine delle tombe di giganti e l'avvento dei piccoli dolmen abbiamo visto, nei monumenti di Olzai, di Bultei, e in quelli del Guilcier come la vicenda delle tombe di giganti s'intersechi con quella dei piccoli dolmen e questo fatto porta ad un istintivo "aggancio" cronologico per quanto attiene alla vita delle prime con i secondi; se questo fosse dimostrabile, risolverebbe subito i problemi di posizione o di cronologia relativa dei piccoli dolmen, anche se, in ogni caso, resterebbe aperta la questione dell'ultima data assoluta attribuibile alle tombe dei giganti, fra le diverse proposte. Per orientarci in questa vicenda apparentemente complicata (che pure non e cosi lineare come avremmo desiderato), propongo l'osse1vazione di fatti costruttivi osservabili in due esempi monumentali davvero particolari, con un denominatore comune. |
a) Area archeologica di Aurù Il nuraghe Aurù si staglia sull'0rizzonte dell'altopiano di Soddi, in posizione ampiamente dominante. E una torre circolare, di buone dimensioni, ben costruita, e al suo interno ospita una bellissima camera circolare, la più ampia che conosca fra quelle dei nuraghi a sviluppo verticale, appena svettata, emozionante per il forte aggetto delle pareti. All'esterno l'edificio è circondato da numerosi resti di capanne e massi di crollo che attestano la sua movimentata vicenda. Ancor prima degli interventi attuati per la valorizzazione del sito, un esteso accumulo s'addossava al nuraghe verso il lato Ovest. Quello che sembrava un cono detritico, determinato da una relativamente recente spoliazione dell'edificio si rilevo, invece, come un accumulo di blocchi eterogenei, di diversa dimensione, forma e lavorazione, che dimostravano di non poter venire in alcun modo dal colmo del nuraghe. Un grosso blocco, del tutto grezzo, troppo grande e inadatto perché possa appartenere ai paramenti murari demoliti, sovrasta ancora il colmo di quanto residua dell'antica torre che, in origine, per dimensione e articolazione interna, doveva toccare un'altezza di oltre 15 metri, con le camere superiori oggi mancanti. Una gran quantità di blocchi non appartenenti al nuraghe, dunque, sono presenti nell'area descritta e questo pone il problema di comprendere il quando, il come e il perché questo sia accaduto. Avviene che nell'accumulo dei crolli siano presenti numerosi conci provenienti da una tomba di giganti, che ritengo fosse di grandi dimensioni, ben costruita e d'epoca abbastanza evoluta. La forma, la dimensione e la lavorazione dei conci suddetti non lasciano dubbi sulla loro antica appartenenza, e questo fatto pone nuovi interrogativi: chi può aver avuto necessità di trasportare e collocare a ridosso del nuraghe una cosi grande quantità di pietre; perché e quando questo e stato fatto. Innanzi tutto si può sostenere che, per ovvie ragioni, coloro che hanno smontato una cosi grande e bella tomba di giganti, non potevano appartenere ad alcuno dei popoli nuragici: come, infatti, essi stessi avrebbero potuto distruggere la tomba del proprio villaggio, d'uso comune e residenza monumentale dei loro antenati in secondo luogo, dobbiamo pensare che qualcuno riutilizzo e restaurò in parte il nuraghe quando già da tempo era ampiamente svettato e depredato, e quindi non fu riutilizzato da gente nuragica. Infine. dobbiamo credere che le ceramiche e le pietre sicuramente attribuibili all'Età del ferro, che sono state individuate sopra e all'interno del crollo, come pure tutt'intorno e ai piedi del nuraghe, possano inequivocabilmente segnare l'epoca in cui il nuraghe fu ri-utilizzato. Tralasciamo d'indagare, in questa sede, il perché sia stato compiuto un tale rifacimento e una così estesa distruzione poiché questo esula dall'argomento affrontato, ma considerando, per quanto ora serve puntualizzare, che si può tenere per certo il come, nell'Età del ferro (a partire almeno dal IX secolo a.C.) in Sardegna non operassero più i Nuragici ma altri e a quella data siano già ampiamente demolite numerose tombe di giganti. La situazione di Aunt e, per altro verso, pienamente confermata dall'estensione delle ricerche attuate presso il vicino nuraghe Santa Nestasia pure di Soddi, a ridosso del quale si trovano molte parti componenti di una seconda tomba di giganti diversamente riutilizzate in strutture pertinenti ad un livello attribuibile sempre all'Età del ferro. |
![]() |
b) Il dolmen di "Sa Perda Piccada" a Norbello
Un elemento della piccola tomba scioglie pero ogni dubbio sull'impossibilita ad attribuirla (almeno nell`ultimo allestimento) a cosi alta antichità: uno degli ortostati e, con certezza, una pietra proveniente dall'abside della vicina tomba di giganti, Questo particolare, se da un lato risolve un quesito, ne lascia aperti almeno altri due: ora sappiamo con certezza che il piccolo dolmen di Sa Perda Picca da non e Neolitico ma, addirittura, e stato costruito dopo che la tomba nuragica era stata estesamente demolita; non sappiamo pero, ad esempio, se esso fu realizzato proprio da coloro che quella tomba monumentale distrussero (cosa che personalmente ritengo assai improbabile) o, in caso contrario, se fu realizzato prima o dopo l`edizione del vicino cimitero ad urne cinerarie, per il quale dovettero pure essere utilizzate molte lastre della tomba di giganti, per i cippi di copertura. In attesa d'ulteriori indagini che possano chiarirci definitivamente questi aspetti di cronologia relativa, (che potrebbe cosi trovare elementi di riferimento assoluti) 25 possiamo fare alcune riflessioni conclusive. Si deve porre il quesito se davvero i costruttori del piccolo dolmen abbiano distrutto la tomba di giganti e, personalmente, risponderei che non appare verosimile, per almeno due motivi: se, infatti, la tomba nuragica fosse stata trovata intera, i nuovi venuti l'avrebbero certamente utilizzata (era molto più bella e utile, aveva una camera allungata come le loro esigenze richiedevano ed era già pronta). Il fatto che abbiano riusato, per quanto e ora osservabile, una sola pietra absidale e delle parti inferiori, significa che la grande e bella tomba nuragica era già estesamente distrutta da prima. Possiamo pensare che i Punici avrebbero potuto distruggere la tomba di giganti, se stiamo alle opinioni di molti autori e si può sostenere che la cosa e anche possibile, se pensiamo che possono aver principiato a realizzare, a suo detrimento, numerosi piccoli cippi funerari. In realtà, però, possiamo opporre a questo che nei siti relativamente vicini di Aurù e Santa Nestasia di Soddi le tombe nuragiche risultano già distrutte nella prima Età del ferro, e cioè ben prima dell'avvento dei Punici e della loro più tarda consuetudine di realizzare urne cinerarie, uso continuato poi in epoca romana. Possiamo correttamente pensare, allora, che il piccolo dolmen di Norbello potrebbe essere si dell'Età del ferro ma, in ogni modo, d'epoca distinta da quella della prima distruzione delle tombe nuragiche. Esso appartiene, dunque, ad una fase (non tanto breve e ancora non attribuibile ad un preciso popolo) svoltasi dopo la prima Età del ferro, precedente o successiva all'avvento dei Punici e cioè prima o dopo il diffondersi della pratica delle urne cinerarie? In questa fase della ricerca nulla può essere escluso, ma entrambe le ipotesi non paiono del tutto convincenti. Un sospetto (una semplice ipotesi di lavoro) potrebbe essere avanzato: che questi piccoli dolmen siano d'epoca storica? Potrebbero essere di quando, finita la lunga e dolorosa vicenda romana, la Sardegna fu terra di conquista d'altri popoli, forse più barbari dei predecessori, ma certo più essenziali e rudi nel realizzare le ultime dimore dei loro defunti, inumati e non più cremati, come frequentemente avveniva nelle precedenti epoche. Se in futuro si avranno stratigrafie attendibili, sapremo come meglio collocare tutti i "picculi dolmen" (quelli non Neolitici — evidentemente) e quindi anche quello di S'Ena ‘e sa Vacca di Olzai, da cui siamo partiti, nel quale osserviamo come, all'epoca dell'ultimo allestimento, la sottostante tomba di giganti fosse davvero ridotta alle fondazioni, a segno di una marcata e compiuta spoliazione precedente. Molto tardo e, dunque, l'arrivo dei rudimentali costruttori di piccoli dolmen che, proprio perché essenziali, forse poco o nulla devono aver distrutto, ma hanno riutilizzato l'esistente. Per quanto fin qui esposto, appare evidente quanta prudenza debba essere posta per ogni ulteriore valutazione, sistemazione cronologica e culturale dei monumenti in genere e delle tombe dei giganti in particolare (le cui vicende non sono per nulla chiarite). Nulla deve essere dato per scontato, se non che ancora si sa ancora davvero troppo poco. |
Giacobbe Manca. Note: 1 - Giovanni Lilliu, La civilta dei Sardi, dal Neolitico all‘Età del ferro, E.R.I., Torino, 1963. 2 - Antonio Taramelli, 1903-1939, Scavi e Scoperte,vol. I-II-III-IV Delfino Ed., anast., 1982; Giovanni
1977-82, che ritengo ancora attuale e valido negli specifici contenuti, benché risenta dei 20 anni trascorsi. Per quanto attiene la mia proposta circa un radicale cambiamento della cronologia del Nuragico, sia riguardo alle origini e sia, sopratturto, per quanto attiene la sua conclusione, rilevo che, dopo un lungo periodo di benevoli sorrisi e manifestazioni improntate ad un indicativo scetticismo, si cominciano oggi a vedere espliciti — quanto inattesi - segni d'approvazione proprio da parte del Prof. G. Lilliu. Egli, infatti, già in due recenti convegni [a Laconi e a Guspini, ha ammesso che i c.d. "bronzetti" non sono da ritenersi nuragici ma post-nuragici e questo riprende e sottoscrive quanto contenuto nella bibliografia qui sopra citata e quanto da almeno un decennio ho reiteratamente proposto in analoghe conferenze. L‘inusitata novità non può che rallegrarmi alquanto, ancorché l‘accademico non abbia specificato, né mai fatto cenno, a quale fonte abbia attinto le nuove convinzioni o se e per quali vie egli sia infine pervenuto, con cosi forti cambiamenti della sua "antica" posizione, alle mie stesse e ormai decennali conclusioni. Si badi che, la nuova teoria oggi sposata dal Lilliu, modifica non poco le sue stesse precedenti elaborazioni, che pure ancora nel 1998, pur senza argomentare, egli riconfermava ad Isili nella sua corta relazione (in opposizione alle mie teorie espresse nell‘allora presentando film Il racconto dei Nuraghi, cit., che, apprezzato per le immagini, mostrò di non condividere in alcun modo). 15 - Grazie all'intuito e alla costanza del gentile dott.Graziano Dore di Bultei ho potuto finalmente osservare "l'introvabile" monumento di Su Coveccu — Bultei, ancorché molto manomesso e danneggiato(mal segnalato, di recente, in posizione del tutto casuale), e ho potuto costatare che la sua vicenda appare assai diversa da quanto i manuali oggi ripetano, ancorché a seguito delle acute indagini del 1910 di Duncan Mackenzie (Dolmens, tombs", op. cit.], riprese da Christian Zervos (La Civilisation", op. cit) e acriticamente fatte proprie da altri. Conto presto (i tempi sono forse maturi) di pubblicare un nuovo studio su questo ed altri monumenti analoghi. |