Il codice antico |
si) e se n’era trovata la cura (eliminazione del bronzo d’arsenico, a favore del più raro bronzo di stagno), mentre la divinizzazione di un mestiere oggi umile ne rivela l’estrema importanza per l’epoca. |
Una crisi improvvisa. Gli scavi archeologici offrono un univoco quadro sconcertante d’improvvisa caduta, sicuramente violenta, di queste società che erano in piena fioritura, avvenuta nella Tarda Età del Bronzo. In pochi anni – o al massimo qualche decade – alcune di queste nazioni crollano completamente. Il grande e potente stato Ittita nell’Anatolia Centrale è quello che scompare più rapidamente e sorprendentemente di tutti. Molti altri lo seguono: da Troia, nel Nord Est della penisola anatolica, ad Ugarit, sulle coste della Siria, e giù fino a Sud Ovest, nel Delta del Nilo. |
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Esistono molti punti oscuri, appunto. I Popoli del Mare sembrano venir fuori dal nulla, attaccare senza un valido motivo, essere clan o popoli alleati ma differenti, ottenere un successo militare inaspettato e devastante, per poi sparire nello stesso nulla dal quale si erano materializzati, altrettanto misteriosamente. I tentativi di vari ricercatori accreditati sono stati inutili: queste domande restano senza risposta: anzi, per dirla tutta, alcuni studiosi non sono neanche certi se l’esistenza stessa dei popoli del mare sia una causa oppure una conseguenza del crollo politico e sociale della regione.
Vale a dire che si aggiunge alle altre anche un’altra domanda: erano conquistatori, oppure semplicemente pirati, o bande di disertori, o addirittura gruppi di rifugiati? |
Le iscrizioni egizie riportano in genere i nomi delle singole tribù d’aggressori stranieri, che riferiscono essere provenienti “dal mezzo del mare” o “dalle loro isole”. Per molti di essi, usano il suffisso gentile “sh”, (Meshwesh, Ekwesh) a dimostrazione che non erano popolazioni note. Probabilmente, ciò che oggi chiamiamo PdM era l’insieme di differenti eserciti, frutto di un’alleanza militare tra differenti stati, motivati ad attaccare il Medio Oriente e l’Egitto. I rilievi di Medinet-Habu, nel tempio funerario del Faraone Ramsete III, presso Luxor, sono la rappresentazione più antica illustrante scene di battaglia navale. Da queste sappiamo quale aspetto approssimativo avevano questi aggressori, per ciò che riguarda armi, vestiario e navi; ad esempio, Peleset, Denyen e Tjekker possiedono vestimenti ed elmi simili. Molte illazioni sono state fatte, partendo dal loro aspetto. I carri dei PdM contengono tre uomini con giavellotti (alla moda Ittita) e non due uomini con archi (Egiziana). I buoi gibbosi che portano i loro pesanti carri con masserizie sono d’origine anatolica. Possediamo anche alcuni nomi, ma per ricostruire le motivazioni, è senz’altro necessario rifarsi al contesto storico dell’epoca delle loro razzie. |
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Nella famosa Stele della Vittoria (rinvenuta nel 1896 nel tempio di Merenptah a Tebe), il faraone si vanta di avere sopraffatto il nemico e fornisce una lista degli alleati della Libia, cioè dei PdM: Srd-n (Shardana), L’kkw (Lukka, forse i Lici), Meshwesh, Teresh, Ekwesh e Sqrssw (Shekelesh). |
Circa trent’anni dopo questi fatti, Ramsete III ordinò la costruzione del proprio tempio funerario e della propria residenza a Tebe: i suoi scultori ed architetti dovettero riassumere sui muri dell’edificio i fatti più drammatici dei decenni precedenti. Pare che i PdM fossero tornati all’attacco del Mediterraneo Orientale, prendendo questa volta di mira Anatolia, Cipro, Siria, Palestina e basso Egitto. L’iscrizione dice: Per ciò che riguarda le nazioni straniere, esse hanno concepito una cospirazione nelle loro isole. All’improvviso, tutti i paesi si sono mossi, schierati nella guerra; nessuna nazione poteva fronteggiarli in armi. Hatti, Kizzuwatna, Carchemish, Arzawa es Alasiya sono stati falciati. Un accampamento era stato approntato in una zona di Amurru; essi hanno disperso la sua popolazione e reso al sua terra come quella che non è mai stata creata. Essi avanzavano verso l’Egitto, mentre le fiamme li precedevano. La loro lega comprendeva le nazioni unite di Peleset, Tjeker. Shekelesh, Denyen e Weshwsh. Essi avevano allungato le proprie mani sui confini veri della terra, i loro cuori sicuri e fiduciosi: “il nostro piano riuscirà!”. |
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Naturalmente, oltre l’enfasi altisonante e tronfia, si può intuire una realtà storica certamente meno vittoriosa di quella commissionata a scribi servili preoccupati soltanto di mettere un messaggio obbligato nella forma più bella possibile. Ogni faraone, si deve aggiungere, appena entrato in carica, lamentava pubblicamente le precarie condizioni delle cose dello stato che aveva ereditato dalla precedente amministrazione, per potersi vantare qualche tempo dopo di tutti i rimedi che aveva apportato (non diversamente da molti nostri governi attuali, a dire il vero!). Possiamo però credere al grave disagio economico e sociale diffuso, introdotto dagli eventi bellici distruttivi illustrati a Medinet-Habu, perché possediamo anche testimonianze documentali coeve da Hattusa e da |
Ugarit. Anch’esse si riferiscono ad aggressori ignoti. Si dovrebbe focalizzare l’attenzione sul fatto che la maggior parte delle zone citate nelle iscrizioni di Medinet-Habu – al tempo della seconda razzia dei PdM in Egitto – erano occupate, oppure alleate del regno Ittita. Si potrebbe dunque pensare che gli attacchi avessero lo scopo finale di indebolire il Gran Re di Hatti, attaccando i suoi alleati e privandolo del loro aiuto, nel contempo evitando uno scontro frontale dall’esito molto incerto (se non sicuramente sfavorevole).Dal carteggio reale tra Ugarit e Cipro che è rimasto, sembra che le flotte di PdM si siano prima radunate presso l’estremità sud occidentale dell’Anatolia, per poi attaccare da lì la costa occidentale di Cipro. Si presume che abbiano avuto |
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luogo battaglie terrestri dal ritrovamento d’appunti diplomatici su tavolette d’argilla,
secondo cui il Gran Re di Hatti dovette chiedere aiuto ai propri subordinati della città portuale di Ugarit, in Siria, per avere rifornimenti in cibo e truppe. Ma Ugarit era già pressata dai PdM. Il giovanissimo re di Ugarit ci ha lasciato questo toccante scritto: Le navi nemiche sono già qui. Hanno incendiato le mie città ed hanno fatto grandi danni al paese… Non sapevi che tutte le mie truppe sono stanziate in terra ittita e che tutte le mie navi sono ancora ormeggiate in Licia e non hanno fatto ritorno? Così il paese è abbandonato a se stesso… Considera questo, padre mio, ci sono sette navi nemiche che sono venute a produrre molto grave danno. Ora, se ci sono altre navi nemiche, informami su quelle, così che io possa decidere il da farsi. Sappiamo che questo scritto non lasciò mai la città di Ugarit, perché fu rinvenuto dagli archeologi nel crogiolo in cui l’argilla avrebbe dovuto essere indurita, prima di spedirlo a mezzo corriere veloce. |
Ma poco dopo, forze avversarie giunsero nella capitale, Hattusa.
La loro identità non è certa, ma più probabilmente non si trattava di PdM. Mentre da un lato non si sa fino a che punto abbia influito sullo stato delle cose una lotta per il potere in corso fra membri diversi della famiglia reale (cui fa riferimento una targa bronzea rinvenuta nel 1986), dall’altro la maggior parte degli studiosi riconosce un’evidente linea di distruzione proveniente dal nord est, che giunge fino ad Hattusa. L’ipotesi più probabile diventa quindi una distruzione definitiva da parte dei Kashka(2), nemici ormai da diversi secoli di Hattusa, che già in precedenza avevano distrutto la capitale ittita e costretto il suo re ad un trasloco temporaneo. Questa volta essi misero la parola fine su una civiltà vecchia di 600 anni. Esiste quello che si potrebbe quasi cinicamente chiamare uno “schema di distruzione” simile, in tutte le città attaccate dai PdM. I bersagli preferenziali sono costituiti dagli edifici |
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governativi, dai palazzi e dai templi, risparmiando gran parte delle abitazioni e delle campagne e quindi della popolazione(3). Mostrando un’essenzialità che appare estremamente attuale e che precorre le tattiche di guerra “moderna” (anzi, ne costituisce il primo esempio conosciuto nella storia), gli aggressori miravano ai centri di controllo della dirigenza aristocratica (4).
È evidente che questo mistero aggiunge grande fascino ad un’apparente avventura che sembra possedere tutti gli elementi di un avvincente romanzo d’azione. Invece – nella realtà dei fatti – dovette più probabilmente consistere in una lunga serie ininterrotta d’atti terribili, tra cui l’espropriazione violenta di beni preziosi e di proprietà comuni, il rapimento umano a scopo di schiavitù, la violenza personale anche sessuale e forzatamente l’omicidio. Tutti furono sicuramente elementi imprescindibili e pressoché quotidiani di questa lunga saga confusa e misteriosa. |
La fantasia dei ricercatori si è sbizzarrita a cercare le cause più impensate per il quadro obiettivo che scavi archeologici e risultati documentali ci hanno conservato. Sono stati ipotizzati, così, come fenomeni causali della vasta portata della distruzione del Mediterraneo Orientale, che coincise peraltro con la fine dell’Età del Bronzo, di volta in volta:
Ma da molti anni, ormai si sa che queste presunte cause – più o meno spettacolari –sono francamente errate, oppure insufficienti da sole a spiegare l’intera complessità degli eventi realmente verificatisi. Per quanto si siano fatti tentativi a più mani, non si è ottenuto un evidente progresso nell’eliminazione delle ombre che avvolgono gli anni di crisi, la guerra di Troia, i Popoli del Mare. Allo stato attuale delle cose, ben pochi addetti ai lavori darebbero per avvenuta e certa l’identificazione dei PdM. L’ancora di salvezza deve sempre essere il buon senso. Il metodo prevede che, quando si è persi nella nebbia di una ridda d’ipotesi non provate dai fatti, che competono tra loro (alcune delle quali sono particolarmente care, per lunga affezione o per diritto di paternità), ci si affidi alla valutazione dei singoli elementi costitutivi di ciascuna. Quanto più numerosi sono gli elementi credibili e possibili di un’ipotesi teorica rispetto a quelli di altre, tanto maggiore sarà la verosimiglianza competitiva di quella detta ipotesi. Quest’ultima andrà allora considerata come ipotesi di lavoro più valida e come più recente Consenso Comune. Il che non esclude naturalmente che – in futuro – non possano comparire altri fattori chiarificativi a spodestarla. |
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Ma – a pensarci bene – ove Troia fosse considerata un’avversaria paragonabile all’alleanza pangreca, anche il racconto Omerico diventerebbe più equilibrato e plausibile. Omero ha infatti affascinato platee che restavano però totalmente scettiche sul fatto che 100.000 micenei avessero bisogno di 10 anni di assedio per conquistare Troia, una città che – da sola – non è molto più grande di un moderno stadio di calcio.
Platone mette in bocca ad un sacerdote egiziano, che è la sua fonte di notizie: “Così questa armata, raccolta insieme, un giorno fece un tentativo per asservire in un colpo solo sia la vostra patria che la nostra (sia la Grecia che l’Egitto) e tutti i territori compresi tra gli Stretti”.
Questo scritto propenderebbe per un’aggressione da parte di Troia ed i suoi alleati e – davvero – riporta alla mente proprio i bassorilievi e le scritte di Medinet-Habu. La formulazione dell’ipotesi è quindi la seguente: i Popoli del Mare potrebbero essere stati la città di Troia con i propri territori ed i suoi alleati confederati e la tradizione letteraria della guerra di Troia altro non sarebbe che la descrizione del tentativo greco di contrastare l’aggressione iniziale. Omero descrive la coalizione troiana come proveniente da tutta la costa egea, dalla Tracia fino alla Licia e questa è proprio la distribuzione più comunemente assegnata alle zone d’origine di PdM e la più generalmente accettata. Anche alcune tavolette provenienti da Hattusa riferiscono di una coalizione, formatasi fino dal XV secolo, di 22 stati Anatolici contro gli Ittiti. Altri documenti adombrano una successiva incipiente aggregazione di stati Anatolici, proprio poco tempo prima che lo stato Ittita scomparisse. In una lettera alla moglie il Gran Re mostra preoccupazione per dimostrazioni di confine da parte d’alcuni stati avversari. In un’altra, mostra speciale timore nei confronti di un particolare stato sito ad occidente, chiamato Ahhiyawa. Questo stato è localizzato da molti ricercatori nel nord ovest dell’odierna Turchia e pertanto potrebbe essere la stessa Troia.
Gli elementi distintivi. ![]() bande sovrapposte (simile a quello dei Plst) ed il loro elmo cornuto, sormontato da una sfera (simile a quello rinvenuto a Dendra, tomba 12, dove la ceramica Micenea IIB –IIIA rinvenuta data il reperto alla seconda metà del XV secolo)? Forse, sì: ricorderanno le loro vicissitudini trascorse e ce ne lasceranno alcuni documenti scarni in pietra e bronzo, su cui ancora oggi molto si discute. S’integreranno con l’antico gruppo locale, probabilmente più numeroso, anch’esso – probabilmente – di lontana provenienza orientale. Maurizio Feo. (1) - Gli Egizi non scrivevano la “l” e la sostituivano con la “r”. Pertanto scrivevano PRST (che qualcuno ha voluto identificare con Persiani e non Peleset) e non possiamo esser sicuri che Ramses non fosse in realtà Lamses. - Torna al testo (2) - O Kurrukashka, sulle sponde del Mar Nero: qualcuno vuole riconoscere nei Circassi i loro discendenti. - Torna al testo (4) - Il disarmato ricco è il premio del soldato povero” – Machiavelli, L’Arte Della Guerra. - Torna al testo (5) - (“Può la disciplina nella guerra più che il furore” – Machiavelli, L’Arte Della Guerra). - Torna al testo (6) - Zangger, Eberhard “Who Were the Sea People?” Saudi Aramco World 46:3 (Houston, 1995), pp. 20-31. - Torna al testo (7) - Esiste di fatto un’ipotesi per cui i PdM sarebbero stati molto più primitivi dei popoli che hanno distrutto, per cui non sono stati capaci di lasciare tracce proprie più riconoscibili di quelle distrutte. - Torna al testo (8) - Itamar Singer: “New Evidence on the End of the Hittite Empire” The Sea Peoples and Their World: A Reassessment (Philadelphia: University of Pennsylvania Museum, 2000), pp. 24-25. - Torna al testo (9) - T Bryce: The Kingdom of the Hittites (Oxford: Clerendon Press, 1998), pp. 364-365. - Torna al testo Bibliografia Barnett, R.D. Bryce, T. Lukka Revisited. Journal of Near Eastern Studies 51: 121-130. Discusses Lukka relations to other regions (like Miletus) and where they inhabited. Drews, R. Gardiner, A. H. Nims, C. F. Simpson, W. K. Bury, J.B., Cook, S.A., Adcock, F.E. The Cambridge Ancient History, Vol. II. (New
York, 1984.) A multi-volume set referencing the history of the ancient Near
East. Contains translations of the Egyptian inscriptions. |