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Il codice antico

Ancora oggi si fa un gran parlare, da più parti, di “eroi” o presunti tali, che avrebbero lasciato le
loro tracce nella storia e la cui fama sarebbe arrivata pressoché incorrotta fino a noi. Le loro
gesta sono state cantate nei grandi poemi antichi ed hanno infiammato la fantasia di molti
studiosi, studenti o semplici lettori. È anche vero che la sapienza antica ci ha tramandato
alcuni fatti reali e tangibili, ma non in parole piane, bensì in uno strano codice, che fatichiamo
ad interpretare e che a prima vista appare altrettanto infondato quanto le fantasie poetiche.
Gli esempi potrebbero essere, tra gli altri:

1) il mito Neolitico del “Grande Cacciatore” da cui per ultimo discende Ercole (dopo Ninurta, Gil-Gamesh, Melqart, Herakles, Hercules, Sandon/Sardon e Sansone), che adombra le vicissitudini e le conquiste reali delle antiche Civiltà Idrauliche;
2) la presenza nella creazione religiosa antica di un Dio storpio e claudicante, Efesto o Vulcano, mescolato ad altri Dei perfetti. Questo altro non è se non la dimostrazione che già anticamente si era riconosciuta la malattia professionale del fabbro(arsenio-

si) e se n’era trovata la cura (eliminazione del bronzo d’arsenico, a favore del più raro bronzo di stagno), mentre la divinizzazione di un mestiere oggi umile ne rivela l’estrema importanza per l’epoca.

Alcuni “messaggi” mandatici dagli antichi, pertanto, sono consistentemente ancorati con la realtà della Storia, anche se si deve saperli interpretare. Spingere la speculazione oltre i limiti del lecito non è però consigliabile, pena lo sconfinamento in un genere letterario fantascientifico che non è informazione, né tanto meno scienza. Gli antichi poeti hanno anche parlato di un’età d’oro, i cui miti e leggende sono stati tramandati per millenni. Appartengono all’immaginario comune la vicenda dell’Odissea e tutti i fatti narrati nell’Iliade, con la descrizione di un’epoca in cui aristocratici guerrieri comandavano truppe su carri da guerra, indossando armi ed armature riccamente ornate.

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La verità vissuta è ben altra: Omero (o chiunque fosse/fossero gli autori) compose nell’VIII secolo, almeno 4 secoli dopo la Guerra di Troia, in un’epoca di pastori ed agricoltori, che non sfoggiavano certo né oro, né argento e neppure bronzo finemente forgiato, bensì solamente ferro, in forme grossolane d’attrezzi quotidiani. L’autore aveva fantasticato sui resti, ancora visibili, d’epoche precedenti, che lasciavano intravedere fasto e prosperità ormai trascorsi. Erano potenti mura, spesse anche sette metri, fatte di macigni talvolta enormi; erano tombe ricche di tesori d’incredibile bellezza, consistenti in splendidi ori ed argenti lavorati e vasi finemente dipinti ed armi decorate.
Sappiamo che esistevano, tra il 1700 ed il 1200 a.C. nella zona del Mediterraneo Orientale, diverse piccole comunità di tipo feudale, piuttosto avanzate per l’epoca, il Tardo Bronzo. Ad esempio, l’Anatolia (odierna Turchia) era sotto il controllo di uno stato fortemente centralizzato, lo stato Ittita, il cui Gran Re risiedeva nella capitale Hattusa, presso il fiume Kizihrmak. Nello stesso periodo, i Faraoni del Nuovo Regno iniziarono la costruzione d’alcuni famosi templi: Luxor, Karnak ed Abu Simbel, in Egitto.
In Grecia, molti piccoli regni, influenti e ricchi per quanto minuscoli, componevano il quadro che noi oggi definiamo Civiltà Micenea, ispirandoci al nome emblematico della più rappresentativa città di Micene. Anche la Siria e la Palestina ospitavano un certo numero di stati retti da aristocrazie ed alcuni principati (chefferies) in via di sviluppo verso lo stato completo.
Potremmo vedere l’area Mediterranea Orientale, in prospettiva, come una pentola che sobbolle sul fuoco: stati di diverse grandezza e potenza erano di volta in volta alleati, poi in conflitto. Nella maggior parte di essi, esisteva un’amministrazione politica di tipo palaziale, coadiuvata dallo sviluppo relativamente recente della scrittura e sostenuta da eserciti professionali, supervisionati dal reggente locale: tutto era teso al massimo sfruttamento delle opportunità economiche domestiche e, se possibile, forestiere. Nella maggior parte di questi stati, esistevano già gerarchie sociali ben sviluppate, per cui vi si producevano beni materiali di straordinaria qualità. Questo fu la spinta alla creazione del commercio di lunga gittata attraverso il Mediterraneo orientale, ed oltre.

Una crisi improvvisa.

Gli scavi archeologici offrono un univoco quadro sconcertante d’improvvisa caduta, sicuramente violenta, di queste società che erano in piena fioritura, avvenuta nella Tarda Età del Bronzo. In pochi anni – o al massimo qualche decade – alcune di queste nazioni crollano completamente. Il grande e potente stato Ittita nell’Anatolia Centrale è quello che scompare più rapidamente e sorprendentemente di tutti. Molti altri lo seguono: da Troia, nel Nord Est della penisola anatolica, ad Ugarit, sulle coste della Siria, e giù fino a Sud Ovest, nel Delta del Nilo.

I popoli del mare a Megadil

Esistono molti punti oscuri, appunto. I Popoli del Mare sembrano venir fuori dal nulla, attaccare senza un valido motivo, essere clan o popoli alleati ma differenti, ottenere un successo militare inaspettato e devastante, per poi sparire nello stesso nulla dal quale si erano materializzati, altrettanto misteriosamente.

I tentativi di vari ricercatori accreditati sono stati inutili: queste domande restano senza risposta: anzi, per dirla tutta, alcuni studiosi non sono neanche certi se  l’esistenza stessa dei popoli del mare sia una causa oppure una conseguenza del crollo politico e sociale della regione.

Vale a dire che si aggiunge alle altre anche un’altra domanda: erano conquistatori, oppure semplicemente pirati, o bande di disertori, o addirittura gruppi di rifugiati?
Ciò che sappiamo delle loro razzie è basato su testi di provenienza Anatolica, Siriana o Egizia. In quei testi non si fa menzione di “Popoli del Mare” come tali, perché questa definizione è moderna: fu l’egittologo francese Gaston Maspero a coniarla nel 1881. La usiamo per comodità e convenzione (PdM).

 

Le iscrizioni egizie riportano in genere i nomi delle singole tribù d’aggressori stranieri, che riferiscono essere provenienti “dal mezzo del mare” o “dalle loro isole”. Per molti di essi, usano il suffisso gentile “sh”, (Meshwesh, Ekwesh) a dimostrazione che non erano popolazioni note. Probabilmente, ciò che oggi chiamiamo PdM era l’insieme di differenti eserciti, frutto di un’alleanza militare tra differenti stati, motivati ad attaccare il Medio Oriente e l’Egitto. I rilievi di Medinet-Habu, nel tempio funerario del Faraone Ramsete III, presso Luxor, sono la rappresentazione più antica illustrante scene di battaglia navale. Da queste sappiamo quale aspetto approssimativo avevano questi aggressori, per ciò che riguarda armi, vestiario e navi; ad esempio, Peleset, Denyen e Tjekker possiedono vestimenti ed elmi simili. Molte illazioni sono state fatte, partendo dal loro aspetto.

I carri dei PdM contengono tre uomini con giavellotti (alla moda Ittita) e non due uomini con archi (Egiziana). I buoi gibbosi che portano i loro pesanti carri con masserizie sono d’origine anatolica. Possediamo anche alcuni nomi, ma per ricostruire le motivazioni, è senz’altro necessario rifarsi al contesto storico dell’epoca delle loro razzie.
 


I PdM apparvero nel quinto anno di regno del Faraone Merenptah, quindi – calcoliamo – nel 1208 a.C. , secondo le iscrizioni. È un periodo in cui l’arcinemico occidentale dell’Egitto, la Libia, si sta approssimando ai confini Egizi, forte d’alcuni alleati definiti “del nord”.

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Nella famosa Stele della Vittoria (rinvenuta nel 1896 nel tempio di Merenptah a Tebe), il faraone si vanta di avere sopraffatto il nemico e fornisce una lista degli alleati della Libia, cioè dei PdM: Srd-n (Shardana), L’kkw (Lukka, forse i Lici), Meshwesh, Teresh, Ekwesh e Sqrssw (Shekelesh).
La maggior parte di questi gruppi sembra provenire dall’Egeo e non è dato conoscere per certo perché combattessero a fianco della Libia. È vero che l’Egitto era per tutti ancora una specie di ricca terra promessa, ma questo non sembra  motivo sufficiente a concertare una guerra d’aggressione contro una nazione potente. Né possiamo essere sicuri che le dichiarazioni del faraone siano veritiere, perché poco tempo dopo lo scontro, le condizioni sociali interne dell’Egitto peggiorarono tanto gravemente da condurre quasi ad una guerra civile. Forse, però, proprio il fatto che a causa di questi gravi problemi interni, l’Egitto non abbia tenuto fede al trattato di reciproca difesa militare con Hatti lo ha protetto da ulteriori e peggiori danni, in seguito allo sconvolgimento che di lì a poco interessò il Mediterraneo Orientale.

carri


Circa trent’anni dopo questi fatti, Ramsete III ordinò la costruzione del proprio tempio funerario e della propria residenza a Tebe: i suoi scultori ed architetti dovettero riassumere sui muri dell’edificio i fatti più drammatici dei decenni precedenti. Pare che i PdM fossero tornati all’attacco del Mediterraneo Orientale, prendendo questa volta di mira Anatolia, Cipro, Siria, Palestina e basso Egitto. L’iscrizione dice: Per ciò che riguarda le nazioni straniere, esse hanno concepito una cospirazione nelle loro isole. All’improvviso, tutti i paesi si sono mossi, schierati nella guerra; nessuna nazione poteva fronteggiarli in armi. Hatti, Kizzuwatna, Carchemish,  Arzawa es Alasiya sono stati falciati. Un accampamento era stato approntato in una zona di Amurru; essi hanno disperso la sua popolazione e reso al sua terra come quella che non è mai stata creata. Essi avanzavano verso l’Egitto, mentre le fiamme li precedevano. La loro lega comprendeva le nazioni unite di Peleset, Tjeker. Shekelesh, Denyen e Weshwsh. Essi avevano allungato le proprie mani sui confini veri della terra, i loro cuori sicuri e fiduciosi: “il nostro piano riuscirà!”.


Ma, a quanto sembra, il faraone Ramses(1) e le sue truppe sconfissero gli aggressori. Gli sconfitti chiesero pietà ed il faraone concesse loro di stabilirsi sul suolo Egizio (il che potrebbe anche significare che ci fu in realtà un’invasione  e che egli non riuscì ad   evitarla, arginandola con un trattato di cessione di terre).
Io sconfissi i Denyen nelle loro isole; i Peleset ed i Tjeker furono ridotti in cenere. I Shardana ed i Weshes del mare, essi furono ridotti come quelli che non esistono, catturati tutti insieme, portati prigionieri in Egitto numerosi come la sabbia della spiaggia. Io li rinchiusi in fortezze chiuse nel mio nome. Numerose erano le loro flotte come centomila. Io imposi a tutti tributi annuali, in vestiti e grano dai loro depositi e dai granai.

 
Naturalmente, oltre l’enfasi altisonante e tronfia, si può intuire una realtà storica certamente meno vittoriosa di quella commissionata a scribi servili preoccupati soltanto di mettere un messaggio obbligato nella forma più bella possibile. Ogni faraone, si deve aggiungere, appena entrato in carica, lamentava pubblicamente le precarie condizioni delle cose dello stato che aveva ereditato dalla precedente amministrazione, per  potersi vantare qualche tempo dopo di tutti i rimedi che aveva apportato (non diversamente da molti nostri governi attuali, a dire il vero!). Possiamo però credere al grave disagio economico e sociale diffuso, introdotto dagli eventi bellici distruttivi illustrati a Medinet-Habu, perché possediamo anche testimonianze documentali coeve da Hattusa e da
 

Ugarit. Anch’esse si riferiscono ad aggressori ignoti.
Si dovrebbe focalizzare l’attenzione sul fatto che la maggior parte delle zone citate  nelle iscrizioni di Medinet-Habu – al tempo della seconda razzia dei PdM in Egitto – erano occupate, oppure alleate del regno Ittita. Si potrebbe dunque pensare che gli attacchi avessero lo scopo finale di indebolire il Gran Re di Hatti, attaccando i suoi alleati e privandolo del loro aiuto, nel contempo evitando uno scontro frontale dall’esito molto incerto (se non sicuramente sfavorevole).Dal carteggio reale tra Ugarit e Cipro che è rimasto, sembra che le flotte di PdM si siano prima radunate presso l’estremità sud occidentale dell’Anatolia, per poi attaccare da lì la costa occidentale di Cipro. Si presume che abbiano avuto



luogo battaglie terrestri dal ritrovamento d’appunti diplomatici su tavolette d’argilla, secondo cui il Gran Re di Hatti dovette chiedere aiuto ai propri subordinati della città portuale di Ugarit, in Siria, per avere rifornimenti in cibo e truppe.
Ma Ugarit era già pressata dai PdM. Il giovanissimo re di Ugarit ci ha lasciato questo toccante scritto: Le navi nemiche sono già qui. Hanno incendiato le mie città ed hanno fatto grandi danni al paese… Non sapevi che tutte le mie truppe sono stanziate in terra ittita e che tutte le mie navi sono ancora ormeggiate in Licia e non hanno fatto ritorno? Così il paese è abbandonato a se stesso… Considera questo, padre mio, ci sono sette navi nemiche che sono venute a produrre molto grave danno. Ora, se ci sono altre navi nemiche, informami su quelle, così che io possa decidere il da farsi.

Sappiamo che questo scritto non lasciò mai la città di Ugarit, perché fu rinvenuto dagli archeologi nel crogiolo in cui l’argilla avrebbe  dovuto essere indurita, prima di spedirlo a mezzo corriere veloce.
Ugarit scomparve letteralmente dalla storia mentre era all’apice del proprio sviluppo economico e culturale e non fu mai più ricostruita.
Si deve pensare che questi avvenimenti ponessero un’enorme pressione sul Gran Re di Hatti. I suoi scribi ci hanno lasciato un testo che illustra una fase di successo nel corso della guerra con i PdM:

Io ho radunato l’armata ed ho presto raggiunto il mare – Io Suppililiuma, il Grande Re – e con me navi di Alasiya si sono unite alla battaglia in mezzo al mare. Io li ho distrutti, catturandoli e bruciandoli nel mare.
Ma poco dopo, forze avversarie giunsero nella capitale, Hattusa.

La loro identità non è certa, ma più probabilmente non si trattava di PdM. Mentre da un lato non si sa fino a che punto abbia influito sullo stato delle cose una lotta per il potere in corso fra membri diversi della famiglia reale (cui fa riferimento una targa bronzea rinvenuta nel 1986), dall’altro la maggior parte degli studiosi riconosce un’evidente linea di distruzione proveniente dal nord est, che giunge fino ad Hattusa.

L’ipotesi più probabile diventa quindi una distruzione definitiva da parte dei Kashka(2), nemici ormai da diversi secoli di Hattusa, che già in precedenza avevano distrutto la capitale ittita  e costretto il suo re ad un trasloco temporaneo. Questa volta essi misero la parola fine su una civiltà vecchia di 600 anni.

Esiste quello che si potrebbe quasi cinicamente chiamare uno “schema di distruzione” simile, in tutte le città attaccate dai PdM. I bersagli preferenziali sono costituiti dagli edifici

 
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governativi, dai palazzi e dai templi, risparmiando gran parte delle abitazioni e delle campagne e quindi della popolazione(3).

Mostrando un’essenzialità che appare estremamente attuale e che precorre le tattiche di guerra “moderna” (anzi, ne costituisce il primo esempio conosciuto nella storia), gli aggressori miravano ai centri di controllo della dirigenza aristocratica (4).


Probabilmente, chiunque essi fossero, i PdM avevano compreso più che bene che tale metodo permetteva il risparmio di forze e mezzi ed abbreviava la durata della guerra(5).
La caduta di Hattusa ed Ugarit furono poi seguite da molte altre città in Anatolia e Siria, in Palestina: i PdM continuarono la loro azione fino a che incontrarono l’Egitto armato, che era allora il più famoso, antico e grande esempio di stato del mondo.  
Tra le numerose domande rimaste senza risposta circa i PdM c’è anche il motivo – che tuttora sfugge – per cui non attuassero un’occupazione permanente delle nazioni che avevano sbaragliato.



Domande senza risposta.


Si giunge poi al mistero finale del loro fato: dove siano andati a finire, dopo avere probabilmente causato gli anni di crisi in cui grandi e fiorenti civiltà, città e potenze caddero una dopo l’altra come tessere di domino…
Come si vede, l’intero resoconto delle incursioni dei PdM  lascia senza risposta tutte le domande principali:

  1. Chi erano?
  2. Da dove venivano?
  3. Quali motivazioni li spinsero a fare tutto ciò che hanno fatto (che non è davvero poco!)?
  4. Perché non realizzarono un’occupazione (cioè non pensarono ad una permanente conquista territoriale)?
  5. Dove si stabilirono al termine delle loro incursioni distruttive?
  6. Perché non abbiamo più notizie di loro, alla fine degli anni di crisi?

È evidente che questo mistero aggiunge grande fascino ad un’apparente avventura  che sembra possedere tutti gli elementi di un avvincente romanzo d’azione. Invece – nella realtà dei fatti – dovette più probabilmente consistere in una lunga serie ininterrotta d’atti terribili, tra cui l’espropriazione violenta di beni preziosi e di proprietà comuni, il rapimento umano a scopo di schiavitù, la violenza personale anche sessuale e forzatamente l’omicidio. Tutti furono sicuramente elementi imprescindibili e pressoché quotidiani di questa lunga saga confusa e misteriosa.

La fantasia dei ricercatori si è sbizzarrita a cercare le cause più impensate per il quadro obiettivo che scavi archeologici e risultati documentali ci hanno conservato. Sono stati ipotizzati, così, come fenomeni causali della vasta portata della distruzione del Mediterraneo Orientale, che coincise peraltro con la fine dell’Età del Bronzo, di volta in volta:

  1. Modificazione climatiche improvvise. Siccità. Terremoti. L’esplosione vulcanica del Thera-Santorini, con annesso tsunami e cambio delle stagioni per via del pulviscolo post eruttivo (Carpenter 1966).
  2. Migrazioni di massa/invasioni/ effettuazione di razzie sistematiche, da parte d’invasori centro europei, oppure di truppe sbandate dedite alla pirateria, oppure di rifugiati riorganizzati in bande aggressive (Small 1990, 1997, Pilides 1994, Bankoff, Meyer, Stefanovich 1996, Walberg 1976, Desborough 1964, Rutter 1975 e 1990, Winter 1977, Deger-Jalkotzi 1977 e 1983).
  3. L’introduzione del ferro/ modificazioni dei metodi di guerra (Drews1993).
  4. Un crollo dei sistemi sociali economici ed amministrativi (Vermeule 1960, Iakovides 1974, Betancourt 1976,  Hutchinson1977).
  5. Violenti disordini sociali interni (Anbdronikos 1954, Mylonas 1966)

Ma da molti anni, ormai si sa che queste presunte cause – più o meno spettacolari –sono francamente errate, oppure insufficienti da sole a spiegare l’intera complessità degli eventi realmente verificatisi. Per quanto si siano fatti tentativi  a più mani, non si è ottenuto un evidente progresso nell’eliminazione delle ombre che avvolgono gli anni di crisi, la guerra di Troia, i Popoli del Mare. Allo stato attuale delle cose, ben pochi addetti ai lavori darebbero per avvenuta e certa l’identificazione dei PdM. L’ancora di salvezza deve sempre essere il buon senso.

Il metodo prevede che, quando si è persi nella nebbia di una ridda d’ipotesi non provate dai fatti, che competono tra loro (alcune delle quali sono particolarmente care, per lunga affezione o per diritto di paternità), ci si affidi alla valutazione dei singoli elementi costitutivi di ciascuna. Quanto più numerosi sono gli elementi credibili e possibili di un’ipotesi teorica rispetto a quelli di altre, tanto maggiore sarà la verosimiglianza competitiva di quella detta ipotesi. Quest’ultima andrà allora considerata come ipotesi di lavoro più valida e come più recente Consenso Comune. Il che non esclude naturalmente che – in futuro – non possano comparire altri fattori chiarificativi a spodestarla.


Un’ipotesi plausibile (6).

Platone, nei dialoghi Timeo e Crizia, descrive due civiltà preistoriche, che posseggono armi di bronzo, carri da guerra e scrittura e descrive una guerra devastante tra i due. Sono fatti che hanno molto in comune con la guerra di Troia. Platone racconta di una flotta di 1200 navi. È perlomeno curioso che Omero, nel suo Catalogo delle navi, sommando i vascelli delle forze greche unite raggiunga un totale di 1186 navi. Ambedue gli autori, poi, descrivono le forze in campo come composte ciascuna da numerosi alleati. Ambedue fanno chiari riferimenti a dissidi interni alle forze greche ed ambedue descrivono un esito vittorioso degli attaccanti greci nei confronti dei difensori sopraffatti.
Se si applica il racconto di Platone alla guerra di Troia, però, ci si avvede che il suo resoconto attribuisce molto maggiore potere politico, economico e militare a Troia ed ai suoi alleati nell’Anatolia occidentale, rispetto a quanto non gli sia generalmente riconosciuto.

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Ma – a pensarci bene – ove Troia fosse considerata un’avversaria paragonabile all’alleanza pangreca, anche il racconto Omerico diventerebbe più equilibrato e plausibile. Omero ha infatti affascinato platee che restavano però totalmente scettiche sul fatto che 100.000 micenei avessero bisogno di 10 anni di assedio per conquistare Troia, una città che – da sola – non è molto più grande di un moderno stadio di calcio.
Platone mette in bocca ad un sacerdote egiziano, che è la sua fonte di notizie: “Così questa armata, raccolta insieme, un giorno fece un tentativo per asservire in un colpo solo sia la vostra patria che la nostra (sia la Grecia che l’Egitto) e tutti i territori compresi tra gli Stretti”.
Questo scritto propenderebbe per un’aggressione da parte di Troia ed i suoi alleati e – davvero – riporta alla mente proprio i bassorilievi e le scritte di Medinet-Habu.
La formulazione dell’ipotesi è quindi la seguente: i Popoli del Mare potrebbero essere stati la città di Troia con i propri territori ed i suoi alleati confederati e la tradizione letteraria della guerra di Troia altro non sarebbe che la descrizione del tentativo greco di contrastare l’aggressione iniziale.
Omero descrive la coalizione troiana come proveniente da tutta la costa egea, dalla Tracia fino alla Licia e questa è proprio la distribuzione più comunemente assegnata alle zone d’origine di PdM e la più generalmente accettata.

Anche alcune tavolette provenienti da Hattusa riferiscono di una coalizione, formatasi fino dal XV secolo, di 22 stati Anatolici contro gli Ittiti. Altri documenti adombrano una successiva incipiente aggregazione di stati Anatolici, proprio poco tempo prima che lo stato Ittita scomparisse. In una lettera alla moglie il Gran Re mostra preoccupazione per dimostrazioni di confine da parte d’alcuni stati avversari. In un’altra, mostra speciale timore nei confronti di un particolare stato sito ad occidente, chiamato Ahhiyawa. Questo stato è localizzato da molti ricercatori nel nord ovest dell’odierna Turchia e pertanto potrebbe essere la stessa Troia.


Gli elementi distintivi.


Analizziamo meglio la questione: le Civiltà dell’Età del Bronzo a noi note (Egizi, Ittiti, Kassiti di Babilonia, Assira, Mitanni e Achei/Micenei) possedevano, tutte, alcuni attributi distintivi che le caratterizzano e attraverso i quali le riconosciamo.  Possiedono un’estensione di territorio o stato, una popolazione con particolari usi costumi e religione, una lingua parlata e scritta, almeno una città preminente o capitale, ed infine – ma soprattutto – un nome.
Ma esistono anche entità eterogenee dello stesso periodo che non sono confortate dal completo corredo d’attributi.
Troia è la prima: è indubbiamente uno dei siti archeologici più famosi e leggendari del mondo. Però, malgrado una serie di campagne di scavi e di ricerche ben più lunga di un secolo i suoi abitanti, il suo territorio, la sua scrittura e la lingua e persino il suo nome antico – senza contare la sua storia ed il suo destino – restano sostanzialmente oscuri.
Lo stesso avviene per i Popoli del Mare: essi non hanno né lingua, né scrittura, né patria, né – a ben vedere – un proprio nome antico, (ove si escluda quelli attribuitigli da popoli a loro stranieri, gli Egizi). Al loro riguardo esistono numerosi riferimenti a Assuwa, Asiya (da cui proviene il nome moderno Asia), Ahia e Ahhiyawa. Si parla di confederazione di stati nell’Anatolia occidentale, che più volte è citata nei documenti superstiti d’Egitto e d’Hattusa. Ma non compaiono mai nomi di una o più città, popoli, linguaggi o scritture.

Il disco di festo
Infine, esiste il Disco di Festo, un documento unico  fino ad oggi, famosa e famigerata vittima di numerose e contrastanti “traduzioni” velleitarie, che contiene, in due facce circolari di circa 16 centimetri, 45 simboli impressi a spirale, nei quali è stato visto di tutto… Luigi Pernier, lo scopritore italiano del disco, fino dal 1908 volle riconoscere in esso, per esempio, alcune somiglianze con le immagini di Medinet-Habu rappresentanti i Popoli del Mare. Altri hanno voluto intitolare i loro tentativi di traduzione: “La lingua dei Popoli del Mare”.
Se provassimo a mettere insieme tutti questi elementi parziali, potremmo ottenere un quadro costituito da tutti gli attributi descrittivi di un’intera e potente Civiltà dell’Età del Bronzo, la quale – misconosciuta da tutti fino ad oggi – era sita nell’Anatolia occidentale, possedeva il nome globale antico di Assuwa, mentre Ahhiyawa ne era il centro più rappresentativo e  principale.
In realtà, questa ipotesi può sorprendere, ma non è affatto assurda, anzi è piuttosto plausibile. È altamente probabile che le coste Egee dell’Anatolia fornissero graditissimi ripari ed ormeggi sicuri in vasto numero al naviglio dell’Età del Bronzo. È altrettanto vero che la natura dell’Asia Minore, nel suo interno, fosse prodiga di risorse quali acqua, metalli, legname. È un fatto che queste fossero sfruttate da tempi molto più antichi e che ciò abbia costituito la fortuna di rotte marittime, di scambi economici e di scelte militari strategiche, per millenni.
Che esistesse una civiltà Anatolica occidentale eguale (o anche superiore, per alcuni rispetti) a quella della Grecia Micenea o della Creta Minoica, in conclusione non è un’ipotesi fantascientifica: persino l’evidenza archeologica parla a suo favore. I dati concordano nell’indicare una  popolazione  ben rappresentata in tutte quelle zone che vanno da Troia al Beycesultan. L’aspetto dei reperti depone per un discreto livello di benessere e di sviluppo, tanto da paragonarsi più che bene con Grecia e Creta.
E allora, si domanderà, perché non ci si è fatto caso?

Per il medesimo vecchio motivo: pregiudizi inveterati fino dai tempi di Winkelmann; pedissequa imitazione di pensieri autorevoli già espressi in precedenza; timore nel formulare nuove ipotesi che espongano al ridicolo in sede accademica. La tendenza, poi, a concentrare lo studio sui singoli artefatti, sui documenti e sui dettagli strutturali ed architettonici, sulle stratigrafie accurate, cioè ad essere analitici più che sintetici, fa il resto: si pubblicano piccoli studi tecnicamente perfetti su dettagli studiati “autopticamente” da vicino e non si osa mai “dare la corrente” all’insieme, per tentare di capirne la fisiologia. Meglio uno studio ineccepibilmente corretto ed inconfutabile, che non aggiunge quasi nulla al quadro d’insieme, ma non espone a critiche, piuttosto che la possibile esposizione al ludibrio, con l’ingresso nel campo delle ipotesi non provate, un terreno infido ed odiato.

Questo tipo di approccio è penalizzante in genere, ma soprattutto lo è per una civiltà che abbia utilizzato il mattone di fango ed il legno, anziché la pietra. Similmente, se una società anche florida, ha fatto commercio in metallo, stoffa, legname, pelle, bestiame, schiavi ed altri prodotti “deperibili”, invece che in vasellame – ad esempio – l’archeologo non ne troverà tracce. Ed infine, se questa civiltà avesse adottato papiro, pelle o cera per i suoi scritti, invece che argilla o pietra, allora proprio questa civiltà, per quanto evoluta, potente e degna di nota, acquisirà – agli occhi dei ricercatori attuali – le caratteristiche elusive di un ectoplasma e sfuggirà con ogni probabilità alla ricerca archeologica…(7)

Che si stessero formando vari elementi di pressione economica e sociale in Anatolia, è stato segnalato da vari autori. I testi della regione di Emar(8) riportano il rapido triplicarsi del costo del grano, che già era alto in partenza. Gli Ittiti riuscivano a fronteggiare  l’emergenza, con acquisti dall’Egitto e da Canaan, ma ciò non era altrettanto facile per altri stati anatolici(9). C’è chi ha suggerito che alcuni gruppi della confederazione potrebbero avere partecipato all’attacco soltanto per avidità di bottino(10).


Conclusioni.

La più antica menzione di “Srdn-w” è del 1350 a.C. e si trova nelle lettere di Amarna, carteggio tra Rib-Hadda di Biblo e del faraone Akhenaten(11). Già in queste note vengono descritti come razziatori del mare, mercenari esperti disposti ad offrire i propri servizi militari: “Gli Shardana ribelli, che nessuno mai ha saputo come combattere, sono venuti arroganti nelle loro navi da guerra dal mezzo del mare e nessuno può opporvisi”. Indubbiamente avevano una fama meritata, come abili e spietati combattenti. Fecero parte addirittura della guardia personale del Faraone Ramses nella battaglia di Kadesh. Poco più di un secolo dopo, sono descritti a coltivare i campi di loro proprietà in Egitto, indubbiamente come premio per i loro servigi. Furono anche a Beth Shean, la guarnigione militare Egizia in terra Cananea.
Il nome “Sardegna” sembra derivare da “shardana”, anche se potrebbe essere soltanto un’omofonia. Potrebbe significare che un gruppo Shardana si sia stabilizzato sull’isola ed abbia poi improntato in modo stabile la terra occupata, caratterizzandola come proprio possedimento.
La direzione globale del movimento del nomen, così come la direzione globale del popolo che lo portava con sé è più credibilmente diretto unicamente da Est ad Ovest, proprio come gli indizi genetici suggeriscono. Si deve considerare la data del trasferimento ad Ovest, nell’epoca successiva alle lettere di Amarna, come la data di arrivo di gruppi Shardana sull’isola. Le gesta epiche attribuitegli, in una visione più scevra d’implicazioni fuorvianti, sono state realmente compiute dagli Shardana. Ma in tutta verità non sono le gesta esemplari ed altisonanti di una singola popolazione d’eroi imbattibili e temuti da tutti nel Mediterraneo. Esse bensì pertengono ad una serie d’azioni belliche – d’efficacia e di “modernità” strabilianti, se vogliamo – abilmente concertate da una Confederazione potente, ricca e misconosciuta: un’impresa impossibile per un solo piccolo gruppo. Ciò è avvenuto in un periodo storico definito “di crisi”, d’agitazione e rivoluzione, nel quale una breve guerra lampo d’enormi proporzioni e condotta con metodi ed armi totalmente diversi dai precedenti ha infine prodotto cambiamenti radicali nella società e nell’economia del mondo intero conosciuto e che probabilmente erano in preparazione da lungo tempo. Interi regni aristocratici, ricchi e potenti e d’antica data sono stati cancellati. Interi linguaggi sono stati dimenticati, con la propria scrittura. La geografia è stata cambiata. Circa un secolo dopo  questi avvenimenti, il potere e l’influenza dello stesso Egitto e dei regni Micenei furono grandemente ridimensionati. Qualcuno attribuisce l’avvento del ferro alla scomparsa delle vie di comunicazione commerciale che precedentemente garantivano l’approvvigionamento degli elementi costitutivi della lega del bronzo…
Si potrebbero identificare i vincitori ed i vinti. I principali sconfitti furono: la città di Ugarit, distrutta e mai più ricostruita; l’impero Ittita di cui restò solo un minuscolo frammento sul fiume Eufrate; i Micenei, che uscirono indeboliti dalla serie di guerre e dopo un centinaio di anni scomparvero completamente; l’Egitto, che se pure vinse le battaglie, perse il Levante e continuò a ridimensionarsi progressivamente. I vincitori sono rappresentati dalla Confederazione dei PdM e cioè, più precisamente: le tribù provenienti dall’Anatolia (dal suo ovest e dal suo nord), che si trasferirono nel Levante e si sparsero (forse) nelle isole del Mediterraneo; i Kashka, che conservarono le proprie terre nel nord dell’Anatolia, sul Mar Nero ed aggiunsero ad esse il territorio ittita; i popoli dell’Anatolia occidentale, che rimasero sulle proprie terre e vi aggiunsero parte delle proprietà ittite, acquistando maggiore influenza nell’Egeo; i Fenici, che – in ultima analisi – ebbero a guadagnarci più di chiunque altro (forse anche per via di precedenti aiuti segreti portati ai PdM). I Fenici restarono senza concorrenti sul mare: Ugarit distrutta, Hatti cancellata, i loro alleati PdM sparsi per tutte le terre vicine e per le isole del Mediterraneo. Si faranno carico di riaprire le strade del mare e di riallacciare i collegamenti commerciali, insieme con i loro nuovi partners. Altri che ebbero ad approfittare del “vuoto” politico-militare che seguì, furono gli Ebrei e gli Aramei.
Ma, come sempre si dice in questi casi, nessuno è stato vincitore, tutti sono stati sconfitti: il risultato di due decadi di guerra è stato definito “un periodo di secoli bui simili a quelli del medioevo”. Da una serie di stati di varie dimensioni, alcuni all’apice del loro sviluppo, tutti in rapporto tra loro con traffici commerciali fiorenti e fitte relazioni diplomatiche, tutti amministrati con criteri che oggi definiremmo “feudali” ed accentratori, da esperte categorie di aristocratici, si è passati ad un’economia agricolo pastorale locale – l’unica possibile – con un salto indietro di alcuni secoli di tutta la vasta regione interessata (Grecia, Turchia, Medio Oriente , Egitto, Creta, Cipro ed isole minori).  Le terre messe al sacco non erano spesso adatte alla produzione di grano – che costituiva uno dei pressanti motivi alla base della guerra – solo Canaan era adatta a questo scopo. Ed infatti è lì che si dirigono i Popoli del Mare e che ritroviamo con certezza uno di loro: i Peleset, che daranno il loro nome alla Palestina e vi si stanzieranno. L’avanzata verso sud, verso l’Egitto (altro gran produttore di grano: un miraggio) è scongiurata, con un grande ultimo sforzo degli Egizi. Alcuni Popoli del Mare (che dovrebbero più correttamente chiamarsi Popoli del Mare e della Terra), ad esempio i Lukka, si spostano su carri a due ruote, con tutte le loro mercanzie e le loro famiglie, perché l’emergenza alimentare che li spinge non gli concede comunque un ritorno.
Essendo tutto l’ambiente così radicalmente cambiato, molti gruppi hanno cercato altre terre (oppure isole) più adatte e tranquille per sé e questo ha – erroneamente – corroborato la tesi “migratoria” come causa preminente di tutto l’accaduto.

Uno di questi gruppi si chiamava Shardana. Secondo un’ipotesi non più recente, sembra essere sbarcato alla fine in Sardegna e che vi abbia trovato i resti non più floridissimi di un’antichissima Civiltà, che affondava le proprie radici nel Neolitico recente, che aveva sviluppato propri usi e costumi, che aveva elaborato canoni costruttivi distintivi e simboleggiava la propria entità proprietà e presenza con un edificio austero ed imponente: il nuraghe. I commerci – in entrata ed in uscita dall’isola – si erano fatti difficoltosi per via dei lunghi anni di crisi, che avevano chiuso i mari ai traffici e bloccato scambi ed approvvigionamenti. L’economia si era fatta stagnante, per il riflesso ultimo di questi accadimenti. Alcune materie prime – di cui l’isola è priva, non sono più disponibili. Altre, prima prodotte in abbondanza per soddisfare una grande richiesta straniera, non sono più raccolte o scavate, perché ormai inutili, non essendoci più un interlocutore commerciale (proprio ciò che gli Shardana avrebbero potuto fornire). Anche nell’isola sarda pastorizia ed agricoltura diventano i beni rifugio per una sussistenza molto meno entusiasmante, ma più sicura. In questo periodo di recessione, la Sardegna sembra proprio essere diventata l’oleografica e finta terra di Re-Pastori descritta da alcuni, che non è mai esistita. Sono lontani i tempi di un potere florido, dell’Età del Bronzo, padrone e presente su tutto il territorio dell’isola con la presenza insistita ed incombente dei propri simboli di proprietà e potere religioso e sociale. La rete di strade – fluviali e terrestri – usata con il proprio naviglio a fondo piatto e con i carri a ruote piene è in disuso e meno controllata, per il forte ridimensionamento dell’economia e la minore necessità di viaggi. Probabilmente anche le navi d’altura stazionano alle foci dei fiumi e nei golfi più sicuri…Siamo nell’età del ferro, dopo l’inferno catartico medio orientale. Esistono alcuni segni di distruzione offertici dalle stratigrafie sarde ed alcuni segni di ricostruzione e di riuso di varie strutture nuragiche sembrano segnalare un nuovo arrivo. Sono gli Shardana? Imporranno la loro presenza, con la loro spada Naue II ed i loro piccoli scudi rotondi? Indosseranno ancora i loro corsetti complicati di pelle e metallo a

Naue II

bande sovrapposte (simile a quello dei Plst) ed il loro elmo cornuto, sormontato da una sfera (simile a quello rinvenuto a Dendra, tomba 12, dove la ceramica Micenea IIB –IIIA rinvenuta data il reperto alla seconda metà del XV secolo)? Forse, sì: ricorderanno le loro vicissitudini trascorse e ce ne lasceranno alcuni documenti scarni in pietra e bronzo, su cui ancora oggi molto si discute. S’integreranno con l’antico gruppo locale, probabilmente più numeroso, anch’esso – probabilmente – di lontana provenienza orientale.


Maurizio Feo.

(1) - Gli Egizi non scrivevano la “l” e la sostituivano con la “r”. Pertanto scrivevano PRST  (che qualcuno ha voluto identificare con Persiani e non Peleset) e non possiamo esser sicuri che Ramses non fosse in realtà Lamses. - Torna al testo

(2) - O Kurrukashka, sulle sponde del Mar Nero: qualcuno vuole riconoscere nei Circassi i loro discendenti. - Torna al testo

(3) - Sembra quasi riferirsi a questo modo d’agire il motto di Machiavelli: “Non fu mai savio partito far disperare gli uomini, perché chi non spera il bene, non teme il male” – Istorie Fiorentine. - Torna al testo

(4) - Il disarmato ricco è il premio del soldato povero” – Machiavelli, L’Arte Della Guerra. - Torna al testo

(5) - (“Può la disciplina nella guerra più che il furore” – Machiavelli, L’Arte Della Guerra). - Torna al testo

(6) - Zangger, Eberhard  “Who Were the Sea People?” Saudi Aramco World 46:3 (Houston, 1995), pp. 20-31. - Torna al testo

(7) - Esiste di fatto un’ipotesi per cui i PdM sarebbero stati molto più primitivi dei popoli che hanno distrutto, per cui non sono stati capaci di lasciare tracce proprie più riconoscibili di quelle distrutte. - Torna al testo

(8) - Itamar Singer: “New Evidence on the End of the Hittite Empire”  The Sea Peoples and Their World: A Reassessment  (Philadelphia: University of Pennsylvania Museum, 2000), pp. 24-25. - Torna al testo

(9) - T Bryce: The Kingdom of the Hittites  (Oxford: Clerendon Press, 1998), pp. 364-365. - Torna al testo

(10) - Wachsmann:  “To the Sea of the Philistines”, pp. 103-105. - Torna al testo

(11) - Sezioni EA 81, EA 122, EA 123  da Moran , 1992: 150-1, 201-2. - Torna al testo

Bibliografia
Barra

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The Lycians vol. 1. Pp. 2-116. Museum Tusculanum Press: Copenhagen.  Pp., 2-116.  Covers the Lycians and where they lived, their history, language, culture, cults, and their language.

Lukka Revisited.  Journal of Near Eastern Studies 51: 121-130.  Discusses Lukka relations to other regions (like Miletus) and where they inhabited.

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1995        The End of the Bronze Age: Changes in Warfare and the Catastrophe CA.1200 B.C. Princeton University Press: Princeton, NJ.  A description of the Egyptian evidence on the Sea Peoples.

Gardiner, A. H.
1968        Ancient Egypt Onomastica vol. 1. Oxford, University Press

Nims, C. F.
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