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La lana sarda era di qualità ordinaria non adatta alla produzione di tessuti fini ma vantava interessanti caratteristiche termiche e impermeabili.
Come già detto, la posizione di Macomer, la presenza di numerosi allevamenti di bestiame ma soprattutto il suo clima, umido per quasi tutto l’anno e ventilato nella stagione estiva, favorirono uno sviluppo a livello artigianale della lavorazione della lana. Dopo la tosatura, essa veniva semplicemente lavata nei corsi d'acqua come il Rio S’Adde, a ridosso del fabbricato, poi filata, per passare infine all'orditura e alla tessitura; quest’ultima veniva effettuata in telai di legno tramandati di generazione in generazione. Tra i clienti vi furono alcuni stabilimenti tessili della Penisola, che gradivano alquanto il tessuto sardo, utilizzato per la realizzazione delle divise per i gerarchi fascisti. La società realizzò, nella primavera del 1935 , un impianto in grado di lavare |
![]() Un manifesto pubblicitario dello stabilimento. |
ogni anno almeno 600mila chilogrammi di lana, completo di sezioni per la follatura, la tintura e la rifinitura dell'orbace, presso il quale lavorarono poco meno di 100 operai.
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tra il 1941 e il 1942. L'impianto di lavatura comprendeva due generatori di vapore, una batteria di quattro vasche per il lavaggio, 2 idroestrattori, 6 camere di essiccazione, un follone, 2 vasche di tintura e 4 vasche di lavaggio in corda. Lo stabilimento disponeva di una rete idrica indipendente, con tre serbatoi con 350 metri cubi di riserva e un gruppo elettrogeno in grado di alimentare tutti i macchinari, in caso di problemi sulla rete pubblica alimentata dalla Centrale Idroelettrica del Tirso. Paradossalmente, mentre la situazione industriale nazionale crollava per effetto del conflitto mondiale, lo stabilimento di Macomer, sfiorato nel 1943 dagli ordigni di alcuni bombardamenti aerei alleati che colpirono invece la Stazione Ferroviaria, entrò in piena produzione grazie alla conclusione dei lavori di adeguamento che interessarono principalmente il settore filatura, che resero finalmente indipendente il grande complesso industriale. L'impianto di lavatura della lana raggiunse il milione e ottocentomila chilogrammi di prodotto finito, occupando una ventina di operai, mentre negli altri reparti della S.C.A.I., lavorarono mediamente in quegli anni poco meno di 400 unità, tra uomini e donne.Negli anni della guerra l'Alas si avvantaggiò di numerose commesse militari, producendo oltre 200 mila coperte da campo, tessuto per oltre 650 mila divise e altri materiali. Da fonti locali, risulta che in pieno conflitto, la manodopera venne persino impiegata segretamente per la fabbricazione di ordigni esplosivi da destinare all’Esercito Fascista. |
![]() Cartello del "Centro raccolta lana n°132" Foto:Dario Fadda |
Tra il 1945 e il 1946 i dirigenti si trovarono con lo stabilimento fermo e con i depositi della lana stracarichi: giunsero allora diverse commesse da parte dell'Alto Comando Alleato e dalle autorità provvisorie della Sardegna, per la fornitura di coperte alla popolazione civile. Ma la rinascita completa dell'attività produttiva giunse solo dopo il 1950, quando ormai erano rimasti sul posto di lavoro una trentina di uomini, impiegati su poche macchine tessili. Dalle produzioni per l'esercito si passò a quelle per i rinati corpi militari dello stato, guardia di finanza in particolare, per il quale furono preparate decine di migliaia di coperte e grandi quantità di tessuto per divise. Delle esperienze compiute con il lanificio Rossi, quella della termocoperta sembrò la più adatta al mercato: un’invenzione documentata ed acclamata addirittura in un bel filmato dell’Istituto Luce. Nel 1957 iniziarono le difficoltà finanziarie, per le quali si chiese il sostegno dell'Amministrazione Regionale, che con tempi e modalità differenti, entrò in possesso degli impianti, mediante alcune società ed infine con l'Intex. Nel frattempo gli edifici, non più adatti, furono lasciati per trasferire la produzione nell'area industriale Tossilo a sud dell’abitato di Macomer dove in seguito nascerà la Tirsotex. L’Alas caratterizzava fortemente l’area del capoluogo del Marghine nella quale sorse e, con altre strutture industriali come il caseificio Dalmasso, rivestiva un ruolo di primaria importanza nell’economia locale e della provincia di Nuoro dato che in questo stabilimento si lavorava la lana prodotta da molti allevatori sardi. |
Per questo, da diversi anni e con notevole impegno, le amministrazioni comunali e la società di cui sopra, hanno avviato un progetto di recupero, riutilizzo e dunque, di valorizzazione del grande e articolato caseggiato, edificato in un'interessante zona della città, delimitata verso nord-ovest dalla sottostante vallata, e sugli altri lati dalle aree ferroviarie e da vari quartieri. ![]() Alcuni macchinari abbandonati all'esterno Foto:Dario Fadda |
Costruito sul versante nord della vallata del Rio S’Adde, da qui si può godere di uno spettacolo veramente particolare.
Sotto il profilo architettonico, la struttura, pur non presentando particolari degni di nota, è molto interessante per la perfetta organizzazione degli spazi interni e dei vari locali di servizio. Il fabbricato è stato realizzato quasi completamente in cemento armato ed è dotato di facciate ampiamente illuminate da grandi finestroni a prospetto quadrangolare suddivisi secondo geometrie regolari. In epoca recente, uno degli edifici è stato utilizzato per anni come Istituto Tecnico per Geometri, destinazione che l’ha preservato meglio rispetto ad altri fabbricati ed ora lo stesso, è sede di un’azienda di disinfestazione. Altri locali invece, sono stati utilizzati da varie band locali come sala prove fino a qualche anno fa. |
![]() Lo stabilimento Alas in fiamme. Foto: Dario Fadda |
Lo stato di totale abbandono è causa di vari pericoli; in particolare, si segnale la grande quantità di materiale residuo altamente infiammabile. Poco tempo fa infatti è andata letteralmente in fumo una vecchia ala dell’impianto industriale e con essa, un pezzo di storia della cittadina macomerese. La zona poi, è stata presa di mira più volte dai vandali, sicuramente inconsapevoli del patrimonio storico che andavano ad imbrattare con disegni e scritte inutili e talvolta oscene, spaccando vetri, vecchi scaffali, macchinari e quant’altro lasciato incustodito. Ora, parte del grande fabbricato è stata sottoposta ad intervento di recupero che oltre a rendere finalmente fruibili spazi da tempo non più utilizzabili, secondo il nostro modesto parere, ha alterato purtroppo in modo irreversibile, il contesto storico dell’edificio.Laddove era il punto commerciale dell’azienda infatti, è stato creato il nuovo Ufficio per l’Impiego, realizzando un cortile coperto provvisto di archi (!), una rampa per disabili (questa necessaria), ingressi e aper- |
ture quasi completamente differenti dagli originali sia per posizione che per tipo di infissi e, infine, rimuovendo un’antica insegna.
Del Museo dell’Arte Tessile, per ora non se ne vede traccia, mentre l’imponente complesso industriale ed i vecchi macchinari continuano a subire inesorabilmente il degrado del tempo. Claudio Pintus e Dario Fadda |
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