Homepage Archeosafe
   
Scrivici









Tra la fine dell’800 e i primi anni del ‘900, la cittadina di Macomer assunse un ruolo di primaria importan-
za nello sviluppo economico del Marghine, grazie soprattutto alla sua felice posizione geografica, essendo
situata nell’Altopiano di Campeda.

Fu nel primo trentennio del secolo scorso che, grazie ad imprenditori della Penisola, nacquero nella parte
settentrionale dell’abitato i primi stabilimenti del settore lattiero-caseario con la produzione dei rinomati
formaggi Pecorino Romano e Fiore Sardo; tra tutti, l’azienda della Famiglia Albano che grazie ai propri
prodotti di qualità, riuscì a conquistare il mercato nazionale e addirittura quello nordamericano.
Altri imprenditori quali Dalmasso, Ditrani e Salmon, successivamente impiantarono in questa
zona le proprie aziende facendola diventare di fatto il primo nucleo industriale della Sardegna
Centrale. Oltre alla produzione casearia, si registra lo sviluppo delle attività tessili, che aveva-
no il naturale epicentro a Macomer e potevano contare su un territorio vastissimo dov’ era ab-
bondante la produzione della lana.

La lana sarda era di qualità ordinaria non adatta alla produzione di tessuti fini ma vantava interessanti caratteristiche termiche e impermeabili.
L’utilizzo di questa materia era limitato a produzioni domestiche, di scarso valore commerciale e ai tessuti tradizionalmente inseriti nella società sarda come l’orbace prodotto in due tipi:

  1. Il tipo fino, per arazzi e tappeti
  2. Il tipo ruvido per abiti e cappotti.

Come già detto, la posizione di Macomer, la presenza di numerosi allevamenti di bestiame ma soprattutto il suo clima, umido per quasi tutto l’anno e ventilato nella stagione estiva, favorirono uno sviluppo a livello artigianale della lavorazione della lana. Dopo la tosatura, essa veniva semplicemente lavata nei corsi d'acqua come il Rio S’Adde, a ridosso del fabbricato, poi filata, per passare infine all'orditura e alla tessitura; quest’ultima veniva effettuata in telai di legno tramandati di generazione in generazione.
L’esigenza di realizzare uno stabilimento organizzato e razionale per la produzione dell'orbace ruvido portò alla costituzione della società commerciale S.C.A.I., che impiantò a Macomer un punto di raccolta delle produzioni casalinghe, affidate a circa 3 mila artigiani diffusi in molte zone di tutta l’Isola, con una produzione complessiva di poco superiore a 100 mila metri quadri di tessuto.

Tra i clienti vi furono alcuni stabilimenti tessili della Penisola, che gradivano alquanto il tessuto sardo, utilizzato per la realizzazione delle divise per i gerarchi fascisti. La società realizzò, nella primavera del 1935 , un impianto in grado di lavare


ALAS
Un manifesto pubblicitario dello stabilimento.
 

ogni anno almeno 600mila chilo­grammi di lana, completo di sezioni per la follatura, la tintura e la rifinitu­ra dell'orbace, presso il quale lavorarono poco meno di 100 operai.


All'interno della S.C.A.I. fu promossa la costituzione dell'Anonima Lanaria Sarda, conosciuta come Alas che organizzò, completò ed ampliò le strutture produttive, introducendo nuove tecnologie, sulla base di alcuni interessanti studi compiuti sull'orbace. Il tradizionale tessuto sardo infatti, contava, fino ad allora, solo poche categorie di acquirenti; si studiò quindi con successo un secondo tessuto, resistente quanto il primo ma più delicato, adatto ad abiti normali e a svariati impieghi.


II nuovo tessuto fu chiamato "Ichnusa" e dal 1934 si iniziò la produzione, dopo ulteriori investimenti su mezzi ed operai, saliti a 140 unità. Nel 1938 la società promosse inoltre, in collaborazione con il lanificio Rossi di Schio, una serie di studi per utilizzare la lana isolana come imbottitura per materassi.


L'attuale stabilimento, esteso su oltre 10 mila metri quadri, fu terminato in tutte le sue parti nel 1940; disponeva di un moderno settore di tessitura con 28 telai in grado di produrre in un anno 120 mila metri quadri di panno grigio-verde, cifra destinata a salire, fino a raddoppiare


tra il 1941 e il 1942. L'impianto di lavatura comprendeva due generatori di vapore, una batte­ria di quattro vasche per il lavaggio, 2 idroestrattori, 6 camere di essicca­zione, un follone, 2 vasche di tintura e 4 vasche di lavaggio in corda. Lo stabilimento disponeva di una rete idrica indipendente, con tre serbatoi con 350 metri cubi di riserva e un gruppo elettrogeno in grado di alimen­tare tutti i macchinari, in caso di problemi sulla rete pubblica alimentata dalla Centrale Idroelettrica del Tirso.
Paradossalmente, mentre la situazione industriale nazionale crollava per effetto del conflitto mondiale, lo stabilimento di Macomer, sfiorato nel 1943 dagli ordigni di alcuni bombardamenti aerei alleati che colpirono invece la Stazione Ferroviaria, entrò in piena produzione grazie alla conclusione dei lavori di adeguamento che interessarono principalmente il settore filatura, che resero finalmente indipen­dente il grande complesso industriale. L'impianto di lavatura della lana raggiunse il milione e ottocentomila chilogrammi di prodotto finito, occupando una ventina di operai, mentre negli altri reparti della S.C.A.I., lavorarono mediamente in quegli anni poco meno di 400 unità, tra uomini e donne.Negli anni della guerra l'Alas si avvantaggiò di numerose commesse militari, producendo oltre 200 mila coperte da campo, tessuto per oltre 650 mila divise e altri materiali. Da fonti locali, risulta che in pieno conflitto, la manodopera venne persino impiegata segretamente per la fabbricazione di ordigni esplosivi da destinare all’Esercito Fascista.
 

cartello_alas
Cartello del "Centro raccolta lana n°132"
Foto:Dario Fadda

Tra il 1945 e il 1946 i dirigenti si trovarono con lo stabilimento fermo e con i depositi della lana stracarichi: giunsero allora diverse commesse da parte dell'Alto Comando Alleato e dalle autorità provvisorie della Sarde­gna, per la fornitura di coperte alla popolazione civile.
Ma la rinascita completa dell'attività produttiva giunse solo dopo il 1950, quando ormai erano rimasti sul posto di lavoro una trentina di uomini, impiegati su poche macchine tessili. Dalle produzioni per l'esercito si passò a quelle per i rinati corpi militari dello stato, guardia di finanza in particolare, per il quale furono preparate decine di migliaia di coperte e grandi quantità di tessuto per divise.
Delle esperienze compiute con il lanificio Rossi, quella della termocoperta sembrò la più adatta al mercato: un’invenzione documentata ed acclamata addirittura in un bel filmato dell’Istituto Luce. Nel 1957 iniziarono le difficoltà finanziarie, per le quali si chiese il sostegno dell'Amministrazione Regionale, che con tempi e modalità differenti, entrò in possesso degli impianti, mediante alcune società ed infine con l'Intex. Nel frattempo gli edifici, non più adatti, furono lasciati per trasferire la produzione nell'area industriale Tossilo a sud dell’abitato di Macomer dove in seguito nascerà la Tirsotex.
L’Alas caratterizzava fortemente l’area del capoluogo del Marghine nella quale sorse e, con altre strutture industriali come il caseificio Dalmasso, rivestiva un ruolo di primaria importanza nell’economia locale e della provincia di Nuoro dato che in questo stabilimento si lavorava la lana prodotta da molti allevatori sardi.

 

Per questo, da diversi anni e con notevole impegno, le amministrazioni comunali e la società di cui sopra, hanno avviato un progetto di recupero, riutilizzo e dunque, di valorizzazione del grande e articolato caseggiato, edificato in un'interessante zona della città, delimitata verso nord-ovest dalla sottostante vallata, e sugli altri lati dalle aree ferroviarie e da vari quartieri.

Alas
Alcuni macchinari abbandonati all'esterno
Foto:Dario Fadda



Il progetto per linee generali dovrebbe trasformare le strutture in un centro culturale, con una serie di opere per esposizioni, alcune sale convegni, un museo che raccolga parte degli antichi e preziosi macchinari presenti nella fabbrica che si presentano ben conservati, di cui alcuni molto rari.
Si interverrà quindi su un totale di circa 9.500 metri quadri, tra superfici coperte, interrate e spazi di pertinenza. Oltre agli edifici dell'Alas, che occupano complessivamente ottomila metri quadri, sarebbero interessati i vecchi impianti di due caseifici ormai dismessi e più in generale una vasta area cittadina, ancora fortemente e negativamente legata alla presenza di complessi industriali in stato di semiabbandono.
L’edificio oramai si presenta come un imponente ed affascinante “rudere” industriale articolato in diversi corpi, praticamente accessibili a chiunque, anche se negli ultimi tempi molti degli accessi sono stati chiusi.

Costruito sul versante nord della vallata del Rio S’Adde, da qui si può godere di uno spettacolo veramente particolare.
Il fiumiciattolo, che scorre lento nella “gola”, utilizzato per la lavatura della lana ma anche punto di ritrovo di molti giovani, che negli anni ‘60-‘70 scendevano lungo i pendii per andare a nuotare in una vasca d’acqua naturale; l’antica strada ferrata, ancora oggi utilizzata, il complesso archeologico di Filigosa con le famose domus de janas, la testa antropomorfa ed il nuraghe Ruju, i nuraghi Toccòri e Monte Muradu, il maestoso nuraghe quadrilobato Santa Barbara, le domus de janas di Meriaga, i verdi pascoli, fanno da cornice a questi edifici storici.


Gruppo lanario Sardo ALAS
Scorcio del Gruppo lanario sardo ALAS in via Cavour - Macomer
Foto: Claudio Pintus

Sotto il profilo architettonico, la struttura, pur non presentando particolari degni di nota, è molto interessante per la perfetta organizzazione degli spazi interni e dei vari locali di servizio. Il fabbricato è stato realizzato quasi completamente in cemento armato ed è dotato di facciate ampiamente illuminate da grandi finestroni a prospetto quadrangolare suddivisi secondo geometrie regolari.
Si conservano abbastanza bene le diverse linee elettriche e ciò che resta degli impianti produttivi, così come gran parte delle murature degli edifici principali mentre col passare degli anni, in diversi locali, i crolli delle coperture, realizzate con capriate in legno e tegole, hanno collassato, rendendo questi luoghi mete ambite dai piccioni.
Da segnalare, il corpo sospeso sulla Via Cavour, che come un ponticello coperto serviva come collegamento tra i corpi dell’edificio; su questo è ben leggibile ancora oggi il logo GRUPPO LANARIO SARDO ALAS.

In epoca recente, uno degli edifici è stato utilizzato per anni come Istituto Tecnico per Geometri, destinazione che l’ha preservato meglio rispetto ad altri fabbricati ed ora lo stesso, è sede di un’azienda di disinfestazione. Altri locali invece, sono stati utilizzati da varie band locali come sala prove fino a qualche anno fa.

alas_fiamme
Lo stabilimento Alas in fiamme.
Foto: Dario Fadda
 
Lo stato di totale abbandono è causa di vari pericoli; in particolare, si segnale la grande quantità di materiale residuo altamente infiammabile. Poco tempo fa infatti è andata letteralmente in fumo una vecchia ala dell’impianto industriale e con essa, un pezzo di storia della cittadina macomerese. La zona poi, è stata presa di mira più volte dai vandali, sicuramente inconsapevoli del patrimonio storico che andavano ad imbrattare con disegni e scritte inutili e talvolta oscene, spaccando vetri, vecchi scaffali, macchinari e quant’altro lasciato incustodito.

Ora, parte del grande fabbricato è stata sottoposta ad intervento di recupero che oltre a rendere finalmente fruibili spazi da tempo non più utilizzabili, secondo il nostro modesto parere, ha alterato purtroppo in modo irreversibile, il contesto storico dell’edificio.Laddove era il punto commerciale dell’azienda infatti, è stato creato il nuovo Ufficio per l’Impiego, realizzando un cortile coperto provvisto di archi (!), una rampa per disabili (questa necessaria), ingressi e aper-
ture quasi completamente differenti dagli originali sia per posizione che per tipo di infissi e, infine, rimuovendo un’antica insegna.

Del Museo dell’Arte Tessile, per ora non se ne vede traccia, mentre l’imponente complesso industriale ed i vecchi macchinari continuano a subire inesorabilmente il degrado del tempo.

Claudio Pintus e Dario Fadda

www.timetrip-project.com

Bibliografia:


“SARDEGNA DA SALVARE – Archeologia Industriale (parte prima)"
– Editrice Archivio Fotografico Sardo - Nuoro – 1995

Alcune notizie sono state raccolte tra gli anziani del paese di Macomer.